Lo dico senza giri di parole, perché il tempo delle mezze frasi è finito e i guardiesi meritano verità, non rassicurazioni. Non scrivo da osservatore neutrale. Scrivo da cittadino che ha scelto da che parte stare. E chi sceglie ha anche il dovere di dire le cose come stanno.
Trent’anni sono tanti. Troppi.
Chi amministra Guardia – e intende ancora farlo – governa questo paese da almeno tre decenni. Scorrete i nomi di chi si è succeduto nelle giunte, nelle liste, nelle candidature: sempre le stesse facce, sempre gli stessi cognomi. C’è qualcosa che va oltre la semplice continuità amministrativa, e che merita di essere chiamato con il suo nome: è la cristallizzazione di una classe politica che non si ricambia. In trent’anni i volti cambiano poco, i cognomi restano, le reti di relazione si consolidano, si trasmettono, si perpetuano. Non è una coincidenza: è un sistema. Un sistema che non lascia spazio, che non apre porte, che non cede terreno. E un sistema chiuso, per definizione, non produce innovazione. Produce solo sé stesso.
Decenni di promesse, inaugurazioni, comunicati entusiastici. Ma la domanda rimane semplice: cosa è cresciuto davvero in questo paese? Per ripopolare un paese non bastano le parole. Servono servizi, strade degne di questo nome, uffici, presìdi pubblici, attività commerciali, luoghi di lavoro. Servono opportunità concrete. Altrimenti, che motivo c’è di venire a Guardia? A vedere le case svuotarsi e sbriciolarsi? A passeggiare tra serrande abbassate? A degustare un calice di falanghina per poi tornarsene altrove?
Una volta qui c’era un tribunale, c’era la guardia medica, c’era un ospedale a pochi chilometri. C’erano due cinema, un liceo capace di attrarre studenti dai paesi vicini, tre stazioni di servizio, due farmacie. C’era movimento, c’era vita, c’era un’idea di centralità.
Oggi cosa resta?
Il centro storico che cade lentamente nell’indifferenza generale. L’energia elettrica e la rete internet che vengono a mancare per intere giornate. Gli immobili che perdono valore. I giovani che partono — e non tornano — perché restare è diventato un atto di eroismo, non una scelta razionale. Le famiglie che guardano altrove, perché altrove trovano servizi, scuole, infrastrutture, prospettive.
Le risorse ci sono state. I finanziamenti non sono mancati. Ma amministrare non significa sopravvivere: significa costruire. E costruire significa lasciare un paese più forte di come lo si è trovato. Un’amministrazione si giudica da ciò che rimane.
E allora sorprende — o forse non sorprende affatto — che proprio in queste ore quegli stessi nomi si ripropongano ancora una volta. Non contenti del bilancio che abbiamo sotto gli occhi, non turbati dalle condizioni in cui hanno lasciato il paese, si ripresentano. Con la stessa disinvoltura di sempre. Evidentemente il potere è una calamita potente: attrae, trattiene, non molla. Ma una comunità che vuole davvero cambiare deve avere il coraggio di staccarsi da quella calamita. Deve scegliere chi non è mai stato al centro di quel sistema. Chi non ha nulla da proteggere, se non il bene comune.
È giusto riconoscerlo: non tutto ciò che Guardia ha perso è colpa esclusiva di chi l’ha amministrata. Lo spopolamento delle aree interne è un fenomeno nazionale. I tagli alla sanità sono stati decisi altrove. La crisi demografica del Mezzogiorno ha radici profonde, che nessun sindaco da solo può estirpare. Ma proprio per questo, chi governa un paese fragile ha una responsabilità ancora più grande: deve lottare due volte di più, deve saper intercettare risorse, costruire alleanze, difendere con tenacia ogni servizio, ogni presidio, ogni opportunità. Invece, a Guardia, si è scelto di amministrare il declino invece di contrastarlo. E questa è una scelta politica precisa, di cui qualcuno deve rispondere.
Se dopo trent’anni il bilancio è un paese svuotato, impoverito nei servizi, meno attrattivo per chi cerca lavoro o un futuro, allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: questo modello non ha funzionato. Per rendere viva una comunità bisogna partire dalle fondamenta — sanità, scuola, viabilità, commercio, istituzioni — non dagli eventi, dalle celebrazioni, dalle fotografie. Prima le radici, poi i fiori.
E allora è giusto chiedersi anche: cosa si può fare, concretamente? Si può lottare perché la guardia medica torni attiva. Si può investire sulla messa in sicurezza del centro storico, non come operazione estetica ma come condizione minima di vivibilità. Si può lavorare per trattenere i giovani con politiche reali — borse di studio, agevolazioni per chi apre un’attività, convenzioni con le università. Si può pretendere una connessione internet degna di questo nome, perché oggi senza rete non esiste economia, non esiste futuro. Nessuna di queste cose è impossibile. Alcune dipendono dalla Regione, altre dallo Stato — ma tutte richiedono un’amministrazione locale che sappia chiedere, insistere, ottenere. Non una che si limiti ad aspettare.
Un paese non muore all’improvviso. Muore lentamente. Muore quando chiude un servizio e nessuno lotta per riaprirlo. Muore quando una scuola perde iscritti e ci si limita a prenderne atto. Muore quando le strade restano dissestate e diventa normale aggirare i problemi invece di risolverli. Muore quando i giovani partono e la politica si limita a salutarli.
Se Guardia vuole tornare a essere un luogo dove si sceglie di vivere — non solo di ricordare — deve tornare a offrire ciò che rende un paese degno di essere scelto. Il resto sono parole. E di parole, in trent’anni, ne abbiamo ascoltate abbastanza.
Non è più tempo di analisi prudenti, né di equilibri verbali. È tempo di dire una verità semplice: trent’anni di gestione immobile hanno svuotato questo paese. Non si può continuare a raccontare il presente come se fosse colpa del destino, dello Stato, della Regione, dei tempi difficili. Dopo trent’anni, chi governa non può chiamarsi fuori. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Guardia non ha bisogno di continuità. Ha bisogno di rottura. Non ha bisogno di amministrare il declino. Ha bisogno di invertire la rotta. Chi ama davvero questo paese non può accontentarsi di sopravvivere. Deve pretendere di crescere.
È tempo di mettersi in gioco. È tempo di scegliere: continuare a raccontarsi che “va tutto bene” oppure avere il coraggio di cambiare.
Io ho scelto. E invito tutti i guardiesi a fare lo stesso.