A poche settimane dal voto, a Guardia Sanframondi l’aria non è frizzante. È elettrica. Non per entusiasmo. Per paura.

Chi governa da trent’anni improvvisamente scopre il valore della partecipazione. Si moltiplicano sorrisi, strette di mano, telefonate “amichevoli”, inviti a candidarsi “per il bene del paese”. È la stagione della generosità improvvisa, dell’attenzione tardiva, delle porte che si aprono dopo essere rimaste per decenni socchiuse solo per pochi.

La verità è semplice: il potere, quando si abitua a sé stesso, smette di credere di poter essere messo in discussione. E quando sente scricchiolare il terreno sotto i piedi, reagisce.

In questi giorni non si discute di programmi. Non si parla di visione. Non si confrontano idee su sanità, scuola, sviluppo, centro storico, lavoro. Si fanno conti. Non i conti del bilancio comunale. Quanti voti porta quello? Quanti ne sposta quell’altro? Chi può “coprire” quella contrada o quel rione? Chi tiene insieme quel pezzo di parentela? È diventata una caccia affannosa al candidato con pacchetto incorporato. Non conta cosa pensino, contano i voti che garantiscono. Non conta che idea abbiano del paese, conta il cognome. Non conta la competenza, conta la rubrica.

È politica? No. È aritmetica. E quando un sistema che governa da trent’anni si riduce a fare aritmetica, significa che la politica è finita da un pezzo.

Ma il vero nervosismo nasce da un’altra parola che a Guardia suona quasi offensiva: alternativa. O, peggio ancora, “corpi estranei”. Riuscirà o non riuscirà a mettere in piedi una lista alternativa? Perché il problema non è la critica. Il problema è l’imprevedibilità. Il problema è chi non appartiene al circuito consolidato. Il problema è chi non deve restituire favori. Il problema è chi non è cresciuto dentro il perimetro del consenso controllato. Chi a Guardia gestisce il potere teme chi non è ricattabile politicamente. Teme chi non ha bisogno di chiedere permesso per parlare. Teme chi non deve ringraziare per esistere.

E mentre nei salotti si fanno e si disfano equilibri, c’è uno sguardo nuovo che osserva tutto questo con sorpresa: quello dei nuovi residenti stranieri. Sono arrivati attratti dal paesaggio, dai prezzi accessibili, dalla promessa di un borgo autentico. Hanno comprato case, le hanno ristrutturate, hanno riacceso luci in vicoli che da anni erano al buio. Hanno scelto Guardia per viverci, non per usarla come slogan. E oggi assistono, spesso increduli, a dinamiche che sembrano provenire da un’altra epoca: candidature costruite sul peso dei cognomi, telefonate strategiche, equilibri familiari elevati a progetto politico. Molti di loro fanno domande semplici, quasi disarmanti: “Qual è il piano per i servizi?” “Come si sostiene chi investe qui?” “C’è un progetto di lungo periodo per la comunità?” Domande normali, in qualunque democrazia matura. Qui, invece, sembrano fuori contesto. Chi ha scelto di trasferirsi a Guardia porta uno sguardo meno condizionato, meno abituato alle consuetudini locali. E forse è proprio questo che inquieta: lo sguardo di chi non considera “naturale” che il potere sia sempre lo stesso. Perché il cambiamento, a volte, non arriva solo dall’interno. Arriva anche da chi decide di credere in un luogo più di quanto quel luogo creda in sé stesso.

Intanto si accelerano le mosse. Si blindano alleanze. Si annunciano candidature alla carica di sindaco con largo anticipo, per occupare lo spazio, per dare l’idea dell’inevitabile. Si lavora sottotraccia, si intrecciano accordi, si sistemano equilibri interni prima ancora di spiegare ai cittadini dove si voglia portare il paese. Il messaggio è sempre lo stesso: “Non cambiate. È rischioso.” Ma rischioso per chi? Per chi governa da decenni? O per una comunità che in tre decenni ha perso servizi, centralità, giovani, opportunità?

Il punto non è demonizzare persone. Il punto è giudicare un modello. E il modello è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere: un paese che resiste, ma non avanza. Che celebra, ma non cresce. Che organizza eventi, ma non trattiene residenti. Che si racconta, ma non si rinnova. Intanto il centro storico si svuota. Le attività chiudono. I ragazzi partono. E noi discutiamo di equilibri interni.

La domanda vera, allora, è un’altra: vogliamo continuare con un sistema che si autosostiene o vogliamo una nuova amministrazione che si misuri sui risultati? Un’amministrazione non si giudica per la capacità di vincere le elezioni. Si giudica per la capacità di cambiare il destino di una comunità.

Oggi a Guardia la partita non è tra persone. È tra due idee di paese. Una che considera il consenso come proprietà privata. L’altra che considera il consenso come fiducia temporanea da meritare. Chi ha governato per trent’anni oggi chiede ancora fiducia. È legittimo. Ma è altrettanto legittimo chiedere conto di ciò che è stato fatto e di ciò che non è stato fatto. La paura non è un buon programma elettorale. La conservazione non è una visione. La somma dei cognomi non è un progetto.

Fra poche settimane non si voterà solo per un sindaco. Si voterà per decidere se Guardia Sanframondi vuole continuare a sopravvivere o iniziare finalmente a scegliere.

E questa volta, forse, i conti non li faranno solo nei salotti. Li faranno nelle urne.