C’è un’arte sottile, raffinatissima, che l’amministrazione Di Lonardo ha perfezionato nel corso degli anni, portandola a livelli che sfiorano il virtuosismo: l’arte di parlare senza affermare nulla. Di riempire il calendario con convegni, tavoli, assi territoriali e obiettivi strategici, senza che nessuno possa mai indicare con precisione cosa sia stato deciso, fatto, cambiato.
L’ultimo esempio è il convegno dal titolo — tenetevi forte — “Co-esplorare le relazioni tra comunità e patrimoni nei territori interni. Assi territoriali, obiettivi strategici e azioni per Guardia Sanframondi“. Leggendolo ad alta voce si ha la sensazione di stare per capire qualcosa di importante. Poi si ricomincia da capo. E la sensazione svanisce.
Il problema non è la lunghezza del titolo. È che non dice niente. Non una proposta, non un numero, non un impegno verificabile. “Co-esplorare le relazioni tra comunità e patrimoni” non è un programma: è un’attività che si potrebbe fare passeggiando. “Assi territoriali” e “obiettivi strategici” sono parole che esistono nella lingua italiana ma che, accostate in quel modo, producono un suono rassicurante e un significato prossimo allo zero.
Ed è qui che sta il vero colpo di genio dell’amministrazione Di Lonardo, quello che in questi cinque anni l’ha resa così difficile da criticare, e che fa sì che le repliche scivolino via come acqua sul vetro: non si può confutare ciò che non afferma nulla di preciso. Se qualcuno dice “obiettivi strategici per i territori interni“, non sta formulando nessuna proposizione vera o falsa. È come dire “lavoreremo per il bene della comunità”: tutti d’accordo, nessuno responsabile, niente da verificare.
È una lingua che esiste solo in una dimensione parallela — quella dei convegni, dei progetti europei mai decollati, delle delibere scritte per essere archiviate — e che ha la proprietà magica di rendere chiunque la critichi apparentemente meschino, miope, incapace di cogliere la visione d’insieme.
Eppure, se questa amministrazione avesse parlato in modo diretto — come ci si aspetterebbe da chi governa un piccolo comune con risorse limitate e problemi concreti — il discorso sarebbe molto più semplice e molto più utile. Direbbe: quanti giovani hanno lasciato Guardia Sanframondi negli ultimi cinque anni? Cosa è stato fatto per trattenerli o per attrarne di nuovi? Il patrimonio storico del paese ha prodotto flussi turistici misurabili? Ci sono attività economiche nate grazie all’azione dell’amministrazione? Quanti fondi sono stati realmente spesi e per cosa?
Domande banali, si dirà. Ma è esattamente la loro banalità che le rende insostenibili per chi ha trasformato il governo locale in un esercizio di retorica. Perché alle domande banali si risponde con fatti banali. E i fatti, a differenza degli “assi territoriali”, si possono giudicare.
Siamo agli ultimi scampoli di una legislatura che passerà alla storia — locale, beninteso — non per quello che ha fatto, ma per la raffinatezza con cui ha evitato di farlo. Un mandato in cui le parole hanno lavorato instancabilmente per coprire l’assenza di azioni. In cui ogni convegno ha sostituito una decisione, ogni “co-esplorazione” ha rimandato una scelta, ogni “asse territoriale” ha tenuto a bada una domanda scomoda.
Alla fine, l’unica cosa che questa amministrazione ha davvero co-esplorato è il confine tra il fare e il non fare tra il dire e il non dire. E lì, bisogna riconoscerlo, si è mossa con una certa maestria.