La fila di rifiuti lungo una strada in costruzione da decenni – che qualcuno ancora si ostina a definire “bretella” – non è un incidente. È una firma. Non è degrado casuale: è il marchio di una gestione politica che ha trasformato Guardia in laboratorio di incapacità amministrativa. Quei sacchetti ammassati, quelle carcasse di elettrodomestici, quelle bottiglie che brillano al sole tra i vigneti non sono solo monnezza. Sono il curriculum vitae di chi ci governa da troppo tempo.

Perché parliamoci chiaro: i rifiuti non si accumulano da soli. Sono il prodotto finale di scelte precise, di opere incompiute, di progetti fantasma, di finanziamenti evaporati, di discariche tombate. Sono la prova fisica che una classe politica può restare al potere per decenni senza lasciare nulla se non scarti. E il paradosso è che proprio loro — che hanno prodotto questa discarica a cielo aperto alle porte di Guardia — si ripresentano alle elezioni come i salvatori della decenza urbana.

Ma il rifiuto lungo la bretella è solo la punta visibile di uno scarto più profondo. Questa classe politica non ha abbandonato solo la capacità di gestire l’ordinario; ha abbandonato persone, futuro, speranza. Ha trasformato i giovani in “eccedenze” costrette a emigrare, ha ridotto gli anziani a “improduttivi” da parcheggiare, ha considerato il centro storico un fastidio da lasciare al degrado.

Una classe politica e dirigente che si è calcificata al potere, che ha trasformato la gestione della cosa pubblica in amministrazione di una discarica permanente dove tutto — progetti, risorse, consenso — finisce ammassato in attesa di non si sa quale miracolosa raccolta.

I social network lo testimoniano: a Guardia crescono gli scontenti, esplode il risentimento. Chi è stato “rifiutato” da questa politica ora rifiuta a sua volta. Ma attenzione: c’è un rifiuto sterile, fatto solo di protesta senza progetto, e c’è un rifiuto costruttivo, che contesta per rifondare. Il rischio è che la rabbia diventi solo inceneritore emotivo, bruciando tutto per non sentire l’odore della decomposizione amministrativa.

L’uomo passa, le amministrazioni cambiano (o almeno dovrebbero), ma i rifiuti restano. La vecchia discarica all’ingresso del paese, coperta da una colata di cemento, è un monumento involontario alla nostra idea di eternità pubblica: un’eternità fatta di opere incompiute, promesse sepolte, progetti tombati.

La verità è che questa politica ha rinunciato all’idea stessa di durata positiva. Non costruisce nulla che possa durare perché non crede nella trasmissione, nella continuità, nella generazione di valore. Gestisce l’emergenza quotidiana con l’unico obiettivo di arrivare alle prossime elezioni, per poi ricominciare il ciclo. È una politica dell’usa-e-getta applicata alla comunità.

E i risultati? Crisi demografica: i giovani scappano. Abbandono dei centri storici: le case crollano. Infrastrutture incomplete: le strade restano “in costruzione” per decenni. Incapacità di progettare nel lungo periodo: ogni intervento è rattoppo, mai visione. Tutto converge in una cultura amministrativa che non crede più nella nascita come promessa. Senza nascita non c’è futuro; senza futuro tutto diventa rifiuto anticipato.

Ecco perché le prossime elezioni non possono essere l’ennesima raccolta differenziata del consenso, dove si separano solo le facce ma si mantiene la stessa logica. Non basta cambiare faccia se non si cambiano criteri. Non basta promettere pulizia se non si rifonda il modo di intendere la cosa pubblica.

Il tema non è solo tecnico — raccolta rifiuti più efficiente, risanamento dell’ex discarica attraverso un processo di ripristino ambientale finalizzato a isolare i rifiuti e restituire l’area al territorio — ma eminentemente politico: che cosa consideriamo degno di essere custodito? Che cosa vogliamo trasmettere alle prossime generazioni? Che cosa siamo ancora capaci di costruire?

Serve un’alternativa alla gestione attuale, una proposta di modello diverso. Non più politica dell’emergenza, ma della lungimiranza. Non più amministrazione del rattoppo, ma della visione. Non più gestione dello scarto, ma della rigenerazione.

Una comunità che non genera — figli, idee, istituzioni durature, spazi vivibili — è una comunità che si auto-incenerisce. E chi ha governato Guardia negli ultimi decenni ha dimostrato esattamente questo: la capacità di trasformare una comunità in discarica amministrativa.

Dal rifiuto alla scelta. Il rifiuto, se vuole essere atto politico e non semplice sfogo, deve trasformarsi in selezione, in scelta, in semina. Gli elettori guardiesi non devono solo rifiutare questa classe politica esausta; devono scegliere chi possa seminare futuro. Non chi promette di raccogliere i rifiuti meglio, ma chi promette di non produrne più: in senso materiale e metaforico.

La differenza tra cenere e seme è minima nella materia, enorme nel destino. Entrambi sono resti di qualcosa che è stato. Ma il seme contiene un inizio. Le prossime elezioni sono questo: decidere se vogliamo continuare a produrre cenere amministrativa o se siamo ancora capaci di piantare semi.

Chi si ripresenta con il curriculum di decenni di gestione fallimentare offre solo promesse di migliore incenerimento. Chi propone alternativa deve offrire visione di rigenerazione. Non un pensiero nostalgico del “come eravamo”, ma un pensiero fondativo del “cosa possiamo diventare”.

Se non vogliamo che di Guardia — e dell’umanità che la abita — resti solo un cumulo di rifiuti amministrativi, dobbiamo votare per chi crede ancora nella nascita, nella durata, nella trasmissione. Non per chi gestisce lo scarto, ma per chi crea valore.

I rifiuti lungo la bretella sono la diagnosi. Il voto sarà la terapia o la resa definitiva.