Dopo cinque anni di sostanziale immobilismo sulle politiche culturali (e non solo), l’Amministrazione comunale di Guardia Sanframondi riscopre improvvisamente il valore dell’identità, della memoria e dei Riti Settennali. Lo fa con un comunicato stampa dai toni enfatici, che annuncia la nascita del Centro di Documentazione e Museo dei Riti Settennali e delle Tradizioni Locali, presentato come progetto strategico e punto di svolta per il territorio. Peccato che, al di là delle parole, il progetto sembri oggi esistere solo sulla carta. Un annuncio che arriva puntuale alla vigilia delle prossime scadenze elettorali e che, al di là dei toni celebrativi del comunicato stampa, lascia emergere più interrogativi che certezze.

Il finanziamento PNRR viene sbandierato come garanzia di qualità e visione, ma il dato politico è un altro: si è ottenuto un fondo senza avere un’idea chiara di cosa farne. Non esiste, ad oggi, un piano culturale definito, non esiste una progettazione scientifica nota, non esiste una linea narrativa che spieghi cosa questo museo racconterà, come lo racconterà e a chi si rivolgerà.

Ancora più grave è che i soggetti centrali dei Riti Settennali – i Comitati rionali e il Parroco – vengano coinvolti solo “nei prossimi giorni”, quando il progetto è già stato annunciato come cosa fatta. Un rovesciamento logico e metodologico che dice molto: prima si comunica, poi si consulta; prima si promette, poi si prova a capire cosa fare. È l’esatto contrario di un percorso serio di valorizzazione di un patrimonio tanto delicato quanto identitario.

Nel comunicato non c’è alcun riferimento a un comitato scientifico, a competenze specifiche, a figure professionali in grado di garantire rigore storico e antropologico. Nessuna menzione di antropologi, storici delle religioni, studiosi delle tradizioni popolari. Nessun accenno a collaborazioni con università o centri di ricerca, nonostante i Riti Settennali siano da decenni oggetto di studio ben oltre i confini locali. Si parla di “allestimento multimediale” e “accessibilità”, ma la tecnologia viene prima dei contenuti, come se un museo potesse nascere da uno schermo e non da una visione culturale.

La domanda è semplice e al momento senza risposta: che museo si vuole costruire? Un luogo di studio e documentazione o una vetrina turistica senz’anima? Uno spazio vivo, capace di produrre conoscenza, o l’ennesimo contenitore da inaugurare e poi dimenticare?

A rendere queste perplessità tutt’altro che teoriche c’è un precedente ingombrante: il Museo delle Farfalle. Un progetto nato anch’esso sotto il segno dell’annuncio e del finanziamento, ma mai diventato realmente parte di una strategia culturale, privo di continuità, di riconoscibilità e di una funzione chiara. Un monito che dovrebbe indurre maggiore cautela, e invece sembra essere stato completamente rimosso.

Un museo dedicato ai Riti Settennali non è un’operazione neutra né secondaria. È una scelta politica e culturale che richiede tempo, competenze, confronto e soprattutto una visione di lungo periodo. Ridurla a un esercizio di comunicazione, utile a riempire il vuoto di fine mandato, rischia di svilire ciò che si dice di voler valorizzare.

Investire risorse pubbliche – e in particolare fondi straordinari come quelli del PNRR – impone responsabilità, trasparenza e chiarezza. Annunciare un museo senza sapere ancora cosa conterrà, chi lo curerà e quale ruolo avrà nel futuro della comunità non è progettazione: è improvvisazione. E la cultura, soprattutto quando affonda le radici nella fede e nella storia collettiva, merita ben altro.