A poche settimane dal voto amministrativo, la scena politica guardiese non assomiglia a una comunità che discute il proprio futuro, ma a una riunione di figure da Guerre Stellari, sedute allo stesso tavolo di un bar immaginario. Basta scorrere i nomi dei probabili candidati per ritrovarsi davanti a personaggi già visti, già sentiti, già consumati. Ognuno con la propria maschera, il proprio gergo riconoscibile, la propria posa studiata. Tutti pronti a entrare in scena, nessuno disposto a uscire davvero dal personaggio.

Il sentimento prevalente non è la speranza del cambiamento né l’indignazione per l’ennesima occasione mancata. È qualcosa di più sottile e corrosivo: una stanchezza disillusa, una vigilanza cinica che osserva senza più aspettarsi sorprese. La percezione, spesso implicita e ormai quasi normalizzata, è che ci troviamo immersi in un teatrino permanente, dove realtà, verità, autenticità e persino la storia personale e collettiva non contano più. Conta la performance, conta il consenso, conta la famiglia. Conta dire ciò che è prevedibile, rassicurante, funzionale al ruolo che si interpreta in quel preciso momento.

Nei rapporti tra pubblico e privato questa finzione negli anni ha prodotto un danno profondo. Chiunque osi parlare oltre la cerchia strettamente personale — tra un caffè e un aperitivo, sui social o in una conversazione semi-pubblica — sente di dover indossare una postura, adottare un linguaggio che non corrisponde a ciò che pensa davvero, ma a ciò che è richiesto dalla posizione occupata o ambita. Non si parla per convinzione, si parla per convenzione. Non si cerca la verità, si evitano i problemi. L’obiettivo non è dire qualcosa di giusto, ma non dire nulla di pericoloso.

È qui che domina il lessico precotto, la frase fatta, la narrazione addomesticata. Si omettono pezzi di storia, si addolciscono responsabilità, si rimuovono conflitti decennali. Le tesi vengono sostenute o rinnegate non in base alla loro fondatezza, ma alla loro utilità contingente. Una posizione sposata ieri viene capovolta oggi perché ora la sostiene l’avversario. L’identità politica diventa un abito reversibile; la coerenza, un optional di cui liberarsi senza troppe spiegazioni.

Chi ha già ricoperto ruoli pubblici e oggi si propone come interprete dell’interesse generale viene osservato con una diffidenza ormai strutturale. Non tanto per ciò che dice, quanto per il tempismo delle sue improvvise illuminazioni. Conversioni tardive, risvegli civici a ridosso delle elezioni, scoperte improvvise di problemi noti da anni producono una domanda semplice e devastante: perché non l’hai detto prima? Perché ora, e non quando avevi strumenti, potere, responsabilità? Perché hai costruito consenso su parole in cui oggi dici di non riconoscerti?

Questo situazionismo politico, questo dire le cose in base ai margini di profitto che se ne possono ricavare, genera l’effetto più distruttivo di tutti: la sfiducia generalizzata e il disfacimento di una comunità. Non verso un candidato o una lista, ma verso l’istituzione Comune stessa. Quando tutto appare come una recita, anche chi prova a parlare con sincerità viene automaticamente sospettato di fingere. La politica locale perde così credibilità, autorevolezza, capacità di mobilitare energie reali.

Il Carnevale che sopraggiunge diventa la metafora perfetta di questo tempo: maschere ovunque, ruoli assegnati, sorrisi di circostanza. Ma qui non c’è un giorno in cui la maschera cade. E il rischio più grave per Guardia non è scegliere il “personaggio” sbagliato, ma continuare ad accettare che la politica sia solo questo: una performance cinematografica in cui tutti recitano, nessuno risponde, e il pubblico — stanco e disincantato — smette semplicemente di credere allo spettacolo.