C’è un filo rosso che lega Panza, Falato, Ciarleglio e Di Lonardo: i politici che hanno avuto in mano le sorti di Guardia negli ultimi venticinque anni. Per molto tempo, tutti e quattro sono stati indicati come esempi di competenza. Viene allora da chiedersi: siamo stati davvero così fortunati da avere sempre i migliori?

Prima Falato. L’esuberante. Più un figlio degenere che un sindaco. Evidentemente era ciò di cui allora avevamo bisogno. Falato, l’uomo del fare. Che cosa, in fondo, non importava troppo: anche tanto cemento e falanghina. Così nasce il “modello Guardia”, che regge finché ci sono soldi pubblici a sostenerlo.

Poi arriva Ciarleglio. Una parabola quasi favolosa, e per molti versi misteriosa. Un sindaco che sembra partorito dall’intelligenza artificiale: corretto, rassicurante, distante.

È quindi la volta di Panza, che pare trasformare con una bacchetta magica la chiusa Guardia in una terra di bollicine e champagne. Tappeti rossi sotto cui finiscono identità e storia, e qualcos’altro (e non si parla solo di polvere). Panza sembra fare miracoli, moltiplicare pane e pesci. Com’è finita, lo sappiamo tutti.

Infine Di Lonardo, un sindaco che viene proprio da lì. Dalla Farciola. Dal mondo di Panza. Ma il punto vero è un altro: dopo cinque anni abbondanti, senza che nessuno possa ancora dire con chiarezza come abbia amministrato, qualcuno addirittura lo vorrebbe ricandidare di nuovo a sindaco.

A Guardia Sanframondi o a Strangolagalli?

Eppure il punto – in attesa dell’ennesimo trentenne, politicamente parlando, che già si intravede negli incontri carbonari – non sono Falato, Ciarleglio, Panza o Di Lonardo. Apparentemente diversissimi, ma in fondo più vicini di quanto sembri. Probabilmente sostenuti, a Guardia, dagli stessi ambienti. Sempre gli stessi. Il punto, allora, non è più Falato con il suo calcestruzzo, Ciarleglio con la sua neutralità algoritmica, Panza con il suo luccichio artificiale o Di Lonardo con il suo ritorno “naturale” da un mondo che si diceva archiviato. Il punto è che nessuno di loro sarebbe stato possibile senza un consenso reiterato, indulgente, spesso acritico.

Falato ha potuto costruire e fare scempi perché glielo abbiamo lasciato fare.

Ciarleglio ha potuto galleggiare perché non gli abbiamo mai chiesto di incidere.

Panza ha potuto vendere illusioni perché eravamo pronti a comprarle.

Di Lonardo può essere ricandidato oggi perché, ancora una volta, si preferisce la continuità travestita da novità al rischio del giudizio vero.

Non esistono sindaci caduti dal cielo. Esistono comunità che li legittimano. E a Guardia, da venticinque anni, legittimiamo sempre lo stesso schema: uomini soli al comando, raccontati come competenti prima ancora di dimostrarlo, difesi anche quando i fatti imporrebbero domande, protetti da una memoria corta e da una rassegnazione lunga.

La verità è scomoda ma semplice: abbiamo smesso di pretendere. Abbiamo accettato che amministrare fosse una questione di stile, di relazioni, di narrazione. Abbiamo confuso il consenso con il risultato, la visibilità con il governo, l’autorità con la capacità.

Per questo la domanda finale non riguarda Di Lonardo, né chi verrà dopo di lui. Riguarda noi. Perché finché Guardia continuerà a cercare padri invece che amministratori, continuerà a produrre figli politici sempre uguali. E finché continueremo a votare per bisogno di protezione e non per valutazione dei fatti, non avremo mai cattivi o buoni sindaci: avremo solo sindaci che ci somigliano.

Ognuno è ovviamente libero di avere la propria opinione.

Forse il vero cambiamento non passa da un nuovo nome, ma da una domanda scomoda: vogliamo continuare a innamorarci dei nostri sindaci, o vogliamo finalmente imparare a giudicarli per quello che hanno fatto (o non hanno fatto) per questo paese?