L’annuncio del Museo dei Riti Settennali di Guardia Sanframondi non è solo tardivo: è arrogante. Arrogante nel metodo, presuntuoso nel linguaggio, arrogante soprattutto nel silenzio che lo precede. Un silenzio assordante, fatto di esclusioni consapevoli, di porte chiuse, di un’idea di cultura ridotta a pratica amministrativa e non a costruzione collettiva. Perché mentre si celebrano “memoria”, “tradizione” e “condivisione”, nessuno è mai stato coinvolto, mai nemmeno informato. Nessun confronto, nessuna consultazione, nessun coinvolgimento di chi, da anni – spesso in solitudine – studia, scrive libri, documenta, divulga e difende l’idea stessa dei Riti e quindi di un Museo dei Riti. Un paradosso impossibile da ignorare.
Questo non è un dettaglio. È il cuore del problema. I Riti Settennali non sono un’invenzione dell’ultima giunta né una scoperta recente buona per intercettare fondi. Sono oggetto di studio, riflessione e proposta da decenni. C’è chi li ha raccontati quando non facevano notizia, chi li ha difesi quando venivano fraintesi, chi ha immaginato un museo quando nessuno parlava di PNRR, di bandi, di “attrattività”. E oggi, paradossalmente, proprio queste voci vengono cancellate, come se fossero d’intralcio a una narrazione preconfezionata.
Il punto, allora, non è il museo in sé. Il punto è che tipo di museo si vuole costruire. Un luogo vivo, radicato nella comunità e nel sapere condiviso, oppure l’ennesimo progetto calato dall’alto, pensato per giustificare una spesa, rispettare un cronoprogramma, produrre slide e comunicati stampa? Perché quando un’amministrazione decide di spendere risorse pubbliche – e in particolare risorse straordinarie come quelle del PNRR, che dovrebbero servire a ridurre divari, rafforzare le comunità e creare valore duraturo – ha il dovere morale e politico di coinvolgere, oltre ai comitati rionali e alle figure istituzionali tradizionali, le competenze già esistenti, non di ignorarle.
Il PNRR non è un bancomat né una scorciatoia per intestarsi idee altrui. È denaro pubblico, e come tale dovrebbe essere utilizzato con trasparenza, visione e responsabilità. Usarlo per costruire un museo senza costruire prima una comunità culturale attorno a esso significa tradire lo spirito stesso di quei fondi. Significa confondere la spesa con l’investimento, l’allestimento con la conoscenza, l’immagine con la sostanza.
Ancora più grave è il tentativo di rimediare ex post, annunciando incontri “nei prossimi giorni”. Un copione già visto: prima si decide tutto, poi si chiama la comunità a ratificare. Ma la partecipazione non è una formalità da sbrigare a cose fatte. È il fondamento di qualsiasi progetto culturale serio. Senza di essa, il museo rischia – vedi il museo delle farfalle – di diventare un simulacro: bello da vedere, vuoto da capire.
Un Museo dei Riti Settennali dovrebbe nascere dal dubbio, dal confronto, anche dal conflitto. Dovrebbe interrogare la tradizione, non cristallizzarla in un’immagine. E soprattutto dovrebbe riconoscere chi, quella tradizione, l’ha studiata e custodita quando non c’erano finanziamenti né riflettori. Ignorare tutto questo non è solo una scelta sbagliata: è una mancanza di rispetto verso la storia culturale della comunità.
Se questo è il modello di sviluppo culturale che si intende continuare a perseguire – centralizzato, autoreferenziale, impermeabile al sapere diffuso – allora il problema non è il museo che si costruisce, ma la cultura politica che lo ispira. E a quel punto, più che un Museo dei Riti Settennali, rischiamo di inaugurare un monumento permanente all’uso miope delle risorse pubbliche e all’idea che la memoria possa essere amministrata senza essere condivisa.