Negli ultimi anni il discorso pubblico su Guardia Sanframondi – complice l’arrivo di nuovi residenti stranieri e l’approssimarsi delle elezioni amministrative – ha subito una torsione significativa. Il tema dello spopolamento – ripetuto in passato come un mantra da alcuni cittadini e dalla politica locale, per decenni rimosso o affrontato come fatalità – è stato progressivamente sequestrato da una narrazione rassicurante e sostituito da quello, apparentemente più positivo, della “valorizzazione”.
Una parola vuota, rassicurante, neutra solo in apparenza, buona per ogni stagione, utile soprattutto a nascondere un dato evidente: la fragilità strutturale del paese, la mancanza di servizi, l’abbandono progressivo, la distanza tra chi decide e chi abita davvero questi luoghi, il fallimento strutturale delle politiche pubbliche sul territorio. Un termine che ha finito per coprire, più che affrontare.
Mentre il paese continuava a svuotarsi, a perdere servizi essenziali, opportunità e popolazione stabile, le varie amministrazioni, supportati da vecchi e nuovi opinion leader, hanno preferito cambiare racconto invece di cambiare rotta. Guardia è diventata così oggetto di narrazioni, programmi di rigenerazione, strategie turistiche e dibattiti socio-culturali che ne hanno riformulato l’identità attraverso un lessico semplificato, estetizzante, spesso consolatorio. Un linguaggio che parla di bellezza, attrattività, esperienze, ma che tace sui conflitti, sulle disuguaglianze, sulle ferite lasciate dalla storia recente e dalla cattiva gestione politica del territorio. Lo spopolamento, da problema politico, è stato trasformato in occasione narrativa; l’abbandono, in suggestione estetica; la marginalità, in attrattività.
È così che Guardia è stata progressivamente riscritta dal governo locale come “luogo da valorizzare”, non come comunità da sostenere. La classe dirigente di Guardia – politica, amministrativa e culturale – ha aderito senza spirito critico a una visione dominante, importata e replicata ovunque, soprattutto nel Mezzogiorno: quella del paese ridotto a borgo. Un termine apparentemente innocuo, ma profondamente ideologico. Il borgo è la forma perfetta per chi non vuole affrontare i nodi strutturali: lavoro, servizi, diritti, accessibilità, fragilità ambientale. È una parola che consente di evitare il conflitto, di sospendere la storia, di trasformare un luogo abitato in una cartolina. In questo passaggio semantico c’è una responsabilità precisa. Parlare di borgo significa accettare che Guardia non sia più pensata per chi ci vive, ma per chi ci passa. Significa immaginare un paese abitato da turisti, visitatori, nuovi residenti selezionati, mentre chi resta diventa invisibile o funzionale alla narrazione.
Ma questo fallimento non è recente, né casuale. È il prodotto di decenni di cattiva amministrazione, di scelte politiche miopi, di una classe dirigente che ha controllato saldamente i meccanismi della vita sociale, politica ed economica del paese senza mai mettere davvero in discussione il proprio operato. Guardia non si è spopolata per destino, per inevitabili processi storici o per forze esterne incontrollabili: si è spopolata perché chi l’ha governata ha sistematicamente fallito nel costruire le condizioni per renderla abitabile, vivibile, desiderabile per le generazioni successive.
Da almeno trent’anni, gli stessi gruppi familiari, le stesse reti di potere, gli stessi apparati hanno gestito il comune, alternandosi nelle cariche ma perpetuando logiche identiche: clientelismo al posto di merito, gestione personalistica invece di visione collettiva, interventi frammentari e propagandistici invece di politiche strutturali e continuative. Ogni amministrazione ha lasciato che i servizi pubblici si deteriorassero, che le infrastrutture cadessero nell’incuria, che la manutenzione ordinaria venisse sacrificata sull’altare dell’opera simbolica da inaugurare prima delle elezioni.
Questa continuità nella cattiva gestione ha prodotto effetti devastanti e cumulativi. Mentre altrove – persino in altre aree interne del Mezzogiorno – si tentavano investimenti in welfare locale, scuola di qualità, servizi sanitari territoriali, mobilità sostenibile, a Guardia si è preferito navigare a vista, rispondendo alle emergenze con toppe precarie e alle critiche con retorica difensiva. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un paese che ha perso il 40% della sua popolazione in cinquant’anni, una comunità sempre più anziana e fragile, una totale assenza di opportunità per i giovani, la chiusura progressiva di esercizi commerciali, scuole, ambulatori.
È stata questa politica – fatta di omissioni, inerzie, piccoli favori e grandi proclami vuoti – a rendere Guardia quello che è oggi. Non la globalizzazione in astratto. Non le dinamiche demografiche nazionali. Non l’attrazione delle città. Ma scelte concrete, ripetute nel tempo, di chi aveva il potere e la responsabilità di governare e non l’ha fatto. O peggio: l’ha fatto male, nell’interesse di pochi invece che della collettività.
Questa classe politica non si è limitata a governare male: ha anche controllato in modo esclusivo le poche risorse disponibili, trasformando il comune in un sistema chiuso dove l’accesso alle opportunità passava attraverso reti di appartenenza, fedeltà politica, rapporti personali. Lavoro pubblico, appalti, concessioni, contributi, perfino le forme minime di partecipazione alla vita amministrativa sono stati gestiti secondo logiche di cooptazione che hanno escluso sistematicamente chi non apparteneva ai circuiti del consenso organizzato.
Questa gestione patrimonialistica della cosa pubblica ha prodotto rassegnazione, sfiducia, disaffezione. Ha spinto generazioni di giovani competenti, preparati, motivati ad andarsene non solo per mancanza di lavoro, ma per l’impossibilità di incidere, di contare, di essere ascoltati. Ha trasformato la partecipazione politica in rituale vuoto, le elezioni in conferme scontate, il dibattito pubblico in esercizio retorico privo di conseguenze.
Mentre altrove si costruivano reti di attivismo civico, laboratori di cittadinanza attiva, esperienze di democrazia partecipativa, a Guardia si consolidava un modello verticistico, opaco, autoreferenziale. Le decisioni venivano prese in circoli ristretti e presentate alla comunità come fatti compiuti. Le critiche venivano respinte come attacchi personali o lamentele sterili. Le proposte alternative venivano ignorate o ridicolizzate. Si è creato così un clima in cui dissentire significava autoescludersi, in cui proporre idee diverse significava essere marginalizzati, in cui l’unica forma di partecipazione tollerata era l’adesione acritica.
Non sorprende, allora, che lo spopolamento abbia colpito soprattutto le persone più giovani, più istruite, più capaci di immaginare alternative. Guardia non ha perso solo abitanti: ha perso le sue energie migliori, le sue intelligenze critiche, il suo potenziale di innovazione e cambiamento. E questo non è un incidente della storia, ma la conseguenza diretta e prevedibile di un sistema di potere che ha sempre preferito il controllo alla partecipazione, la stabilità alla trasformazione, la conservazione dell’esistente alla costruzione del nuovo.
C’è anche chi resta, ma ha paura. Paura di esporsi, di rompere equilibri, di pagare un prezzo personale o familiare. In comunità piccole, il conflitto non è mai astratto: ha conseguenze concrete. Ignorare questa dimensione significa non capire davvero perché il cambiamento sia stato finora così difficile.
Il paese, invece, è un’altra cosa. Ed è proprio ciò che l’amministrazione locale fatica a nominare, perché il paese è scomodo. Il paese è fatto di relazioni, di conflitti, di memoria, di disuguaglianze. È fatto di anziani soli, di giovani costretti ad andare via, di ritorni intermittenti, di legami che non producono profitto ma senso. Il paese non si “valorizza”: si abita, si cura, si difende. Sostituire il paese con il borgo non è una scelta neutra. È una forma di rimozione politica. Significa cancellare la profondità storica e sociale di Guardia per renderla compatibile con bandi, strategie turistiche, progettualità calate dall’alto. Significa trasformare una comunità in un contenitore astratto, metastorico, privo di contraddizioni. In questo modo, la rigenerazione diventa una messa in scena. Si restaurano facciate mentre si disgregano legami. Si investe sull’estetica mentre si rinuncia alla giustizia territoriale. Si parla di futuro evitando accuratamente di fare i conti con il passato e con le responsabilità presenti. Quella che viene spacciata come rinascita rischia di essere, in realtà, una forma di esilio interno: un paese formalmente recuperato ma sostanzialmente espulso dai suoi abitanti, dalle loro esigenze, dalla loro voce politica.
Di fronte a questo quadro, non basta invocare genericamente “politiche migliori” o “maggiore attenzione ai problemi reali”. Serve una rottura netta con il sistema di potere che ha prodotto questo disastro. Serve una classe politica completamente nuova – per persone, per competenze, per visione – che sia capace di riconoscere apertamente i fallimenti del passato, di assumersi la responsabilità di costruire qualcosa di radicalmente diverso, di restituire dignità e futuro a Guardia.
Questa nuova classe politica deve nascere dal basso, deve essere espressione delle energie migliori della comunità, deve includere chi finora è stato sistematicamente escluso: giovani, donne, professionisti, lavoratori, persone competenti che abbiano dimostrato capacità e serietà in altri ambiti della vita sociale ed economica. Deve essere una classe politica fondata sul merito, sulla trasparenza, sulla partecipazione reale, sulla capacità di costruire visioni condivise invece di imporre decisioni dall’alto.
Ma non basta cambiare le persone. Serve anche cambiare radicalmente il metodo. Serve costruire forme di democrazia partecipativa reale, in cui i cittadini siano informati, consultati, coinvolti nelle decisioni che riguardano il futuro del loro paese. Serve trasparenza totale nell’uso delle risorse pubbliche, nell’assegnazione degli appalti, nella gestione dei beni comuni. Serve una cultura della rendicontazione, in cui chi governa risponda periodicamente e pubblicamente del proprio operato, non solo in campagna elettorale ma costantemente, durante tutto il mandato.
Serve, soprattutto, il coraggio di ammettere che il modello politico ed amministrativo che ha dominato Guardia negli ultimi decenni è fallito. Non ha prodotto sviluppo, non ha garantito servizi, non ha fermato lo spopolamento, non ha costruito futuro. Ha solo perpetuato sé stesso, a spese della comunità. Riconoscere questo fallimento non è un esercizio di autocritica fine a se stesso: è il prerequisito necessario per poter immaginare e costruire un’alternativa credibile.
Guardia Sanframondi non ha bisogno di essere trasformata in un borgo modello. Ha bisogno di una nuova classe politica capace di riconoscere il proprio fallimento, di ascoltare il conflitto, di accettare la complessità dell’abitare un luogo fragile. Perché questo sia possibile, servono politiche strutturali serie e continuative. Non bastano interventi simbolici o sporadici. Occorrono infrastrutture efficienti, strade percorribili, servizi sanitari territoriali, scuole di qualità, spazi culturali e sociali. Serve una reale cura del territorio, la sua messa in sicurezza, la prevenzione del dissesto idrogeologico, la tutela ambientale. La mancanza di queste condizioni produce marginalità, abbandono, rassegnazione, come dimostrano la vicenda di Niscemi, del Mezzogiorno in genere e delle aree interne. Al contrario, la sicurezza del territorio e la presenza di servizi attivano opportunità, generano lavoro, favoriscono l’insediamento di professionalità, stimolano iniziative economiche e sociali. Investire sui paesi significa investire su un modello di sviluppo più equilibrato e sostenibile.
Ai giovani poi bisogna prima di tutto garantire condizioni concrete di vita dignitosa. Senza lavoro, servizi e prospettive, ogni discorso rischia di restare retorico. Ma occorre anche ribaltare una narrazione ormai dominante, secondo cui Guardia sarebbe un luogo senza futuro, privo di opportunità e attrattive. In realtà, il nostro territorio custodisce una straordinaria ricchezza di storia, paesaggi, saperi, tradizioni. Vivere in un paese significa spesso abitare in luoghi belli, sani, meno inquinati, in un tempo in cui le grandi città sono segnate da disagio ambientale, solitudine e anonimato.
Bisogna raccontare la verità su Guardia, senza idealizzazioni, ma anche senza rassegnazione. Lo spopolamento non è un destino inevitabile, è il risultato di scelte politiche, economiche e sociali. Le decisioni decisive spettano soprattutto alla comunità politica. Occorre superare la sfiducia, l’apatia, la convinzione che “non cambi mai nulla”. Far comprendere che “investire” a Guardia può essere una scelta conveniente, non solo economicamente ma anche sul piano umano, rispetto a una vita in contesti omologati e privi di radici.
Questo testo non nasce per accusare chi ha smesso di credere, ma per rimettere in discussione un’idea rassegnata che si è fatta strada nel tempo: che nulla possa cambiare. La sfiducia non è un difetto individuale, è un prodotto politico. E proprio per questo può essere smontata, se si ha il coraggio di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome.
Perché un paese non si salva con una narrazione. E la bellezza, senza giustizia e senza comunità, è solo un’altra forma di abbandono.