A Guardia Sanframondi, da molti anni, il conflitto politico non si consuma più sul terreno naturale del confronto tra idee, progetti e visioni alternative della comunità. Si consuma altrove, su un piano più insidioso e pericoloso: quello della costruzione del Nemico.

È un meccanismo antico e collaudato che ritorna puntualmente a ogni passaggio elettorale. Ogni volta che il potere costituito percepisce una minaccia, non risponde con l’argomentazione o con il bilancio della propria azione amministrativa, ma con un discorso ossessivo e semplificato, ripetuto fino allo sfinimento. Un discorso che trasforma l’avversario politico in qualcosa di radicalmente altro: non un interlocutore legittimo, ma un pericolo, una forza oscura, un corpo estraneo alla presunta “civiltà guardiese”.

In questo racconto rigidamente binario, da un lato c’è il “noi”: i rappresentanti del Bene, del Vero, della competenza amministrativa, della stabilità. Dall’altro lato c’è il Nemico, dipinto come irresponsabile, moralmente inferiore, animato esclusivamente dalla brama di potere e portatore di una barbarie pronta a travolgere ciò che esiste. È una logica che non ammette sfumature, non tollera il dubbio e non riconosce la legittimità del dissenso.

Questo schema non nasce oggi. A Guardia Sanframondi, ad esempio, viene utilizzato da decenni e ha avuto un bersaglio privilegiato: Amedeo Ceniccola. Cambiano i contesti politici, cambiano i protagonisti formali della scena amministrativa, ma il metodo resta invariato. Dentro questo schema, Ceniccola e soprattutto quanti lo incoraggiano e lo sostengono vengono collocati stabilmente nel ruolo del Nemico.

Non avversari politici con cui dialogare e confrontarsi nel merito, ma “altro”. Non una parte della comunità, ma elementi da delegittimare. Le proposte, la visione, l’eventuale esperienza amministrativa maturata anche in ruoli di primo piano non vengono discusse: vengono deformate, incasellate in narrazioni pregiudiziali, spesso antistoriche, ricondotte a presunte minacce più grandi e indistinte. La stessa estromissione di Ceniccola dalla guida del paese, avvenuta non per giudizio popolare ma attraverso una vera e propria congiura di palazzo, rappresenta uno snodo emblematico di questa vicenda.

Accanto alla costruzione del Nemico, il guardiese viene diviso artificialmente in due, da una parte chi accetta la retorica dominante, chi crede, obbedisce, si lascia rassicurare; dall’altra chi dubita, chi pone domande, chi rifiuta la semplificazione e non si riconosce nello schieramento imposto. I primi vengono accuditi e rassicurati dal potere, i secondi vengono progressivamente isolati, silenziati, marchiati.

Così, mentre formalmente la democrazia a Guardia resta in piedi, nella pratica gli spazi di opportunità si restringono. Il dibattito pubblico viene sostituito dal bancone del bar, la complessità ridotta a schieramento, il pensiero critico trasformato in colpa. Ragionare con la propria testa diventa un atto sospetto. Chi lo fa rischia l’etichetta, l’esclusione simbolica, talvolta l’accusa implicita di essere un “denigratore” della comunità. Un lessico che segnala un clima da conflitto permanente, una guerra senza dichiarazione formale.

Eppure la vera linea di frattura che attraversa Guardia Sanframondi non è tra “buoni” e “cattivi”, né tra “civili” e “barbari”. È una frattura politica profonda tra lo status quo e chi incarna un’idea diversa di governo della comunità. Lo status quo è rappresentato da una classe politica e dirigente che amministra il paese da decenni, riproducendo sé stessa. L’alternativa propone capacità politica, visione, competenza e coraggio di cambiare. In altre parole, il conflitto è tra la conservazione del potere e l’alternanza democratica.

È legittimo allora chiedersi: è questa la Guardia Sanframondi che vogliamo? Una comunità divisa artificialmente in fedeli e sospetti, in obbedienti e pericolosi? È normale che Amedeo Ceniccola e i suoi sostenitori vengano raccontati come una minaccia anziché come una risorsa democratica? Perché il consenso si costruisce più sulla paura che sul confronto aperto tra idee diverse? Da quanto tempo utilizziamo la figura del Nemico per evitare di discutere dei problemi reali del paese?

Sono domande semplici, ma decisive. Ignorarle significa accettare che alle prossime elezioni il conflitto politico continui a essere gestito attraverso la delegittimazione e la divisione. Affrontarle, invece, significa restituire dignità al confronto democratico e riconoscere che una comunità matura non ha bisogno di Nemici, ma di pluralismo, dialogo e vero coraggio politico.

Rileggere oggi la relazione gestionale dell’anno 2001 presentata dall’ex sindaco Ceniccola non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di onestà intellettuale verso la storia recente di Guardia Sanframondi.

In appena due anni e mezzo di amministrazione, in un contesto difficile, segnato da passività pregresse, debiti fuori bilancio, contenziosi giudiziari e una macchina comunale da risanare, Ceniccola dimostrò una qualità che oggi appare rarissima: la capacità di programmare, progettare e intercettare risorse.

Altro che amministrazione “dormiente”.

I fatti – e soprattutto l’elenco impressionante delle opere finanziate, progettate, appaltate o realizzate – parlano con una chiarezza che nessuna propaganda può cancellare.

Chiunque abbia l’onestà di leggere quella relazione scopre un Comune che, per la prima volta dopo anni di confusione amministrativa, tornava a:

•          pianificare lo sviluppo urbanistico e produttivo (PIP in zona Vassallo),

•          candidarsi a grandi strategie territoriali (turismo, enogastronomia, centri storici),

•          attrarre finanziamenti regionali e statali per miliardi di lire,

•          investire su scuola, viabilità, ambiente, sport, servizi sociali, anziani, disabili.

L’elenco delle opere pubbliche è lì, nero su bianco, a dimostrare che le risorse non solo venivano cercate, ma trovate. Strade, scuole, fognature, illuminazione pubblica, centro storico, castello medievale, impianti sportivi, acquedotti rurali, asilo nido, casa per anziani: una mole di interventi che oggi richiederebbe più consiliature, non due soli anni.

E non meno rilevante è l’attenzione al capitale umano e sociale: potenziamento della struttura tecnica comunale, assunzioni senza costi concorsuali, politiche per la casa, sostegno alle famiglie, agli anziani, ai più fragili, iniziative culturali e identitarie che restituivano orgoglio alla comunità.

Colpisce, a distanza di oltre vent’anni, un dato politico inequivocabile: molti di quei progetti – già finanziati o pronti a partire – furono bloccati o cancellati dalle amministrazioni successive, con la conseguenza di perdere risorse, occasioni di lavoro, prospettive per i giovani. Il caso emblematico è il Piano degli Insediamenti Produttivi e il finanziamento regionale da 5 miliardi di lire, sacrificato sull’altare della propaganda e delle rivalità politiche.

Oggi che Guardia Sanframondi viene classificata come “Comune marginale”, con spopolamento, fuga dei giovani e riduzione delle opportunità economiche, quella stagione amministrativa appare per ciò che realmente fu: un tentativo serio di invertire la rotta, fondato su programmazione, visione e capacità amministrativa.

Ceniccola non fu un sindaco delle parole, ma dei progetti. Non delle promesse, ma dei finanziamenti ottenuti. Non della polemica sterile, ma di una politica che concepiva il Comune come motore di sviluppo e non come semplice ufficio di gestione dell’ordinario.

Condividere oggi quella relazione significa restituire dignità alla verità dei fatti e riconoscere che un’altra Guardia era possibile. E forse lo è ancora, se si avrà il coraggio di tornare a una politica fatta di studio, competenza e programmazione, invece che di slogan.

La storia, alla lunga, presenta sempre il conto. E i fatti – come in questo caso – restano.