A Guardia Sanframondi l’attesa delle prossime elezioni non è una fase di transizione: è uno stato permanente. Un limbo politico in cui il tempo si dilata, le decisioni vengono rimandate e il dibattito pubblico si riduce a un rituale stanco, già visto. Non è una percezione soggettiva, è il risultato di anni di cattiva politica, di classi dirigenti che hanno smesso di interpretare il presente e si limitano a sopravvivere al passato.

Il tempo, qui, non passa. Si incaglia. Il tempo, a Guardia, non scorre: si ripete.

Da almeno venticinque anni Guardia vive intrappolata nello stesso schema: le stesse persone — o le stesse genealogie politiche — che si alternano nei ruoli, le stesse promesse riesumate a ogni campagna elettorale, gli stessi conflitti personali spacciati per visioni politiche. Cambiano i contenitori, non i contenuti. Cambiano le sigle, non le pratiche. Cambiano i toni, non le responsabilità.

È il perfetto giorno della marmotta della politica paesana.

Ogni elezione viene raccontata come uno spartiacque, come l’ultima occasione per “rilanciare” il paese. Ma a forza di essere sempre l’ultima, nessuna lo è davvero. Perché nessuno mette mai in discussione il vero nodo: una classe dirigente che continua a leggere Guardia con categorie vecchie, autoreferenziali, incapaci di fare i conti con il cambiamento reale della comunità. Un ceto politico che non governa il tempo, ma lo subisce — e spesso lo usa come alibi.

Nel film Ricomincio da capo, il protagonista resta intrappolato nello stesso giorno finché non comprende che non può limitarsi a ripetere le stesse azioni sperando in un risultato diverso. A Guardia, invece, questa consapevolezza sembra non arrivare mai. Si continua a fare politica come se il paese fosse immutabile, come se bastasse riattivare vecchie reti di consenso, vecchi equilibri, vecchie paure. Continuiamo a raccontarci che il problema sia l’ultimo sindaco, l’ultima amministrazione, l’ultima “occasione sprecata”, senza mai mettere in discussione il meccanismo che produce sempre gli stessi risultati. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: un eterno déjà-vu che allontana energie, spegne partecipazione, produce solo stanchezza.

La responsabilità non è astratta. Ha nomi, storie, ruoli. È di chi ha amministrato e non ha saputo — o voluto — costruire una visione di lungo periodo. È di chi oggi si ripropone come soluzione senza aver mai fatto davvero i conti con i propri fallimenti. È di chi occupa lo spazio pubblico da decenni e reagisce a ogni critica come a un’offesa personale, trasformando la politica in un regolamento di conti permanente.

Ma è anche responsabilità di chi osserva e tace, di chi accetta questo eterno ritorno come se fosse inevitabile. Perché il giorno della marmotta funziona solo se tutti recitano la loro parte: chi promette, chi si indigna, chi si rassegna.

La marmotta ha visto la sua ombra, e l’inverno sarà lungo. Ma l’inverno non è una maledizione naturale: è il prodotto di scelte precise, di rinvii sistematici, di una politica che ha preferito galleggiare piuttosto che cambiare davvero. Continuare a raccontare Guardia come un paradiso perduto o come una vittima del destino serve solo a non assumersi responsabilità.

Il punto è semplice e scomodo: Guardia non tornerà mai com’era, e chi continua a costruire consenso su questa illusione sta condannando il paese a restare fermo. Spezzare il loop non significa attendere il candidato “giusto” o l’alleanza “giusta”, ma rompere finalmente con un modo di fare politica che ha esaurito da tempo la sua funzione storica.

Nel film, il loop si spezza solo quando il protagonista cambia se stesso. A Guardia, invece, si continua a cambiare tutto pur di non cambiare nulla. E finché questa sarà la regola non scritta della politica locale, continueremo a svegliarci ogni mattina nello stesso identico giorno.

Con la stessa marmotta. Con la stessa ombra.