C’è qualcosa di profondamente serio — e insieme raro — nelle parole pronunciate da uno degli organizzatori dell’assemblea di qualche giorno fa sul castello di Guardia Sanframondi, chiamata a discutere delle criticità che soffocano la comunità. Non sono slogan, non sono accuse urlate, non sono nemmeno una rivendicazione generazionale nel senso più semplice del termine. Sono, piuttosto, una richiesta di metodo, prima ancora che di progetto. Ed è proprio questo che le rende difficili da liquidare.

Chi è intervenuto all’assemblea chiede di riesumare, senza nostalgia sterile, l’ascolto vero e il confronto aperto. Parla di metodo, di idee che nel tempo diventano l’emblema di un modo di amministrare. Ma dietro quelle parole si intravede altro: un sistema chiuso, autoreferenziale, impermeabile al confronto. Idee che, a Guardia, da oltre un quarto di secolo non vengono sconfitte da limiti tecnici o da vincoli economici, ma da una scelta politica precisa: non condividere, non rischiare, non aprire.

C’è poi una richiesta per certi versi ancora più scomoda: che Guardia impari a parlarsi davvero. Che si superi la logica per cui il dissenso è un fastidio, il confronto una perdita di controllo, la partecipazione una minaccia all’ordine costituito. Dire che una comunità non si perde quando discute, ma quando smette di parlarsi, significa mettere il dito nella ferita. Perché Guardia, negli anni, non solo ha smesso di parlarsi: ha smesso anche di produrre idee. Ha smesso di costruire spazi reali di ascolto. Troppe decisioni sono maturate altrove, in cerchie ristrette, attraverso un linguaggio tecnico o politico che ha progressivamente allontanato cittadini, associazioni, giovani. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: rassegnazione, disillusione, silenzio.

Durante l’assemblea non sono mancati interventi di persone che — è bene ricordarlo — in questi trent’anni hanno ricoperto ruoli, esercitato responsabilità e avuto margini concreti di decisione. Molti dei problemi oggi elencati nelle slide non sono emersi all’improvviso: erano noti, evidenti, spesso denunciati già allora. Eppure, non sono stati affrontati.

È qui che il dibattito dovrebbe farsi più onesto e meno autoassolutorio. Prima di proporre oggi soluzioni estemporanee o visioni tardive per il futuro di Guardia, sarebbe necessario spiegare perché, quando se ne aveva la possibilità, quelle stesse soluzioni non sono state praticate. La questione non è immaginare cosa si farebbe domani, ma assumersi la responsabilità di ciò che non si è fatto ieri. Senza questo passaggio di verità, ogni proposta rischia di suonare come un esercizio retorico più che come un reale atto di cambiamento.

Costruire il futuro richiede anche un confronto onesto con il passato. Con un modello di gestione che, negli anni, ha prodotto esclusioni, rimozioni, silenzi. In questo ultimo quarto di secolo a Guardia non sono mancate le professionalità, ma il riconoscimento del loro valore. Molte competenze sono state scoraggiate, isolate o consumate in conflitti personali e politici che nulla avevano a che fare con l’interesse collettivo. Non è stata una deriva casuale, ma l’effetto di scelte precise, reiterate nel tempo, che hanno ridotto il pluralismo e impoverito il dibattito pubblico. Senza questa consapevolezza, ogni discorso sul cambiamento rischia di restare incompleto.

Dopo quasi trent’anni di gestione sostanzialmente ininterrotta, questa richiesta oggi pesa come un macigno. Eppure, come ricordato anche durante l’assemblea, le energie non mancano. Mancano i canali. Mancano il coraggio e l’umiltà di riconoscere che governare una comunità non significa solo amministrare, ma facilitare: facilitare idee, processi, relazioni. Condividere responsabilità, assumendosi anche il rischio dell’errore. Accettare che il futuro non può essere gestito con gli stessi schemi del passato.

È dentro questa continuità, mai interrotta e raramente messa in discussione, che vanno lette molte delle fragilità attuali della comunità.

La politica nasce proprio lì, dove qualcosa non torna. E senza conflitto non c’è politica.

L’aspettativa emersa dalla sala convegni del castello è semplice e radicale allo stesso tempo: non chiede promesse, ma coerenza. Non chiede eventi spot, ma un cambio di postura. Se nei prossimi anni Guardia vuole davvero costruire il proprio futuro — e non limitarsi ad amministrare il presente — deve smettere di difendere rendite di posizione e iniziare a investire nel dialogo. Quello vero, scomodo, aperto.

Perché le comunità non muoiono per mancanza di idee. Muoiono quando chi ha il potere smette di ascoltare chi ha ancora il coraggio di parlare.

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