Guardia potrebbe essere il paese più bello del Sannio. Non per grazia ricevuta, ma per stratificazione di storia, cultura e fede. Il problema è che la bellezza, come tutte le rendite, produce assuefazione: ci si abitua, ci si siede sopra e si finisce per usarla come fondale, non come responsabilità. Custodire un’eredità è faticoso; amministrarla con visione lo è ancora di più. Molto più semplice, invece, limitarsi a contemplarla e sperare che basti.
La storia è piena di comunità che non sono crollate per povertà, ma per pigrizia intellettuale. Quando la rendita di posizione diventa un diritto naturale, la capacità di leggere il cambiamento viene archiviata come un vezzo per spiriti inquieti. Ed è qui che Guardia rischia di perdersi: non per mancanza di risorse, ma per eccesso di autocompiacimento.
In questo quadro si spiega la crescente distanza di una parte ampia della cittadinanza dalla politica che da decenni occupa, senza mai davvero governare, la vita sociale ed economica del paese. Una politica popolata da figure che ambiscono a guidare la comunità senza mai indicare una direzione. Leader che parlano molto per non dire nulla, convinti che il consenso si costruisca evitando qualsiasi scelta riconoscibile.
Populisti di professione, ma solo a parole. Prudenti fino alla paralisi, coraggiosi solo nei comunicati stampa. Talmente attenti a non scontentare nessuno da riuscire, con notevole coerenza, a non entusiasmare mai nessuno. La loro cifra distintiva è l’assenza di conflitto: non perché il conflitto non esista, ma perché va accuratamente rimosso per non disturbare il marketing politico.
Anime morte, appunto. Il riferimento gogoliano non è casuale. Come nel romanzo di Gogol i proprietari terrieri compravano e vendevano servi della gleba defunti per gonfiare fittiziamente il proprio patrimonio, così questa classe politica locale gestirebbe un consenso fantasma, costruito non su scelte riconoscibili ma sull’arte dell’evitamento sistematico. Figure amministrative in perenne modalità “neutra”, incapaci di grandi passioni civili e allergiche a qualsiasi controversia che non sia già stata preventivamente sterilizzata. Non vogliono guidare il paese: vogliono che il paese si consegni spontaneamente, per stanchezza, per abitudine, per quella forma di rassegnazione che scambiano per maturità democratica.
L’inizio di campagna elettorale del castello di domenica non è un incidente di percorso, ma una sintesi perfetta. Vecchi fantasmi, pseudo-politici, giovani (o presunti tali), ex candidati e candidati in pectore. È il trionfo del “faremo” e del “ma anche” come filosofia di governo: tutto va bene, purché non costringa a scegliere. Il buonismo elevato a tecnica di sopravvivenza, che ha permesso a questi interpreti del nulla di attraversare il collasso della politica senza mai sporcarsi le mani, né tantomeno la coscienza. Una souplesse permanente: elegante, felpata e completamente inutile.
Questa è la malattia genetica della politica guardiese: l’incapacità strutturale di concepire un futuro per Guardia che non sia solo decorativo. La morale, l’etica, quella vera, implica decisioni, conflitti, talvolta errori. Molto meglio rifugiarsi nel moralismo della “politica dell’essere”: essere buoni, essere rassicuranti, essere presentabili. Questa “politica dell’essere” produce un’élite autoreferenziale che scambia la propria capacità di sopravvivenza elettorale per competenza amministrativa. La stabilità diventa un valore in sé, indipendentemente da cosa si stia effettivamente stabilizzando: che sia sviluppo o stagnazione. Mai, però, essere responsabili. Una politica ossessionata dall’essere. Non essere scomoda. Non essere impopolare. Essere riconoscibile. In questo stato di comoda inesistenza, si continua a raccontare agli elettori guardiesi di votare competenza, mentre in realtà si perpetua un’élite autoreferenziale che scambia la propria sopravvivenza per stabilità e la propria immobilità per saggezza.
E così Guardia resta sospesa in attesa delle prossime elezioni: bellissima, immobile, amministrata come un museo senza visitatori. Un paese che meriterebbe visione e si ritrova gestione, che avrebbe bisogno di coraggio e riceve cautela. Una politica che non governa il cambiamento, ma lo aspetta seduta, sperando che passi da solo. Come se la storia, per una volta, potesse avere pietà delle anime morte.
Foto Fremondoweb