Negli anni della pandemia si è diffusa una narrazione potente e seducente: quella del ritorno ai paesi. Lo smart working, la riscoperta dei borghi, l’idea che basti una connessione internet per invertire decenni di spopolamento. Ma a Guardia Sanframondi, come in molti altri luoghi dell’entroterra, questa narrazione rischia di rimanere una promessa mancata, se non addirittura l’ennesima beffa. Perché la domanda vera è semplice e scomoda: chi verrebbe a vivere e lavorare stabilmente in un paese vuoto? E soprattutto, di che cosa vivrebbe? Guardia oggi è segnata non solo dallo spopolamento, ma dalla progressiva rarefazione dei servizi essenziali: sanità, scuola, trasporti, spazi di socialità. Senza una comunità viva e senza opportunità concrete, lo smart working rischia di riproporre un modello urbanocentrico travestito da alternativa: si lavora per la città, si consuma altrove, si abita temporaneamente un paese che resta marginale.
È per questo che “ripopolare” non può essere uno slogan. Nessun luogo si ripopola in due o tre anni se si è svuotato nell’arco di decenni, tanto più in un paese attraversato da una crisi demografica profonda. Prima ancora dei numeri, occorre ricostruire una comunità. Mettere insieme chi è rimasto, chi ritorna e chi arriva per la prima volta. Non come sommatoria casuale di individui, ma come soggetto collettivo capace di immaginare e praticare un altro modello di vita. Guardia ha bisogno di un cambio di paradigma. Per troppo tempo si è pensato che la rigenerazione passasse esclusivamente dal centro storico, dal restauro di un palazzo, dal rifacimento di una piazza. Ma se quegli spazi restano vuoti, se non sono attraversati da relazioni, lavoro, servizi, allora non stiamo creando futuro: stiamo solo producendo nuove rovine, rovine moderne. Ed è un paradosso crudele investire risorse pubbliche per abbellire luoghi che nessuno potrà abitare davvero.
Forse è il momento di ribaltare lo sguardo. Ripartire dai margini, dalla periferia, dai luoghi apparentemente vuoti: strutture dismesse, interi rioni dimenticati, spazi che non hanno più una funzione ma potrebbero averne una nuova. È lì che può nascere un progetto diverso, capace di intrecciare economia, cultura e cura del territorio. Perché Guardia non tornerà centrale replicando il passato, ma reinventando la propria vocazione. Un’economia legata all’agricoltura di qualità, alla trasformazione dei prodotti, alla cooperazione. Servizi di prossimità che mettano al centro le persone e non la rendita. Spazi condivisi per il lavoro, la formazione, la cultura, che non siano semplici contenitori ma luoghi di produzione di senso. Un welfare di comunità che risponda ai bisogni reali di chi vive il paese ogni giorno.
Tutto questo richiede una grande idea politica. Non un elenco di interventi, ma una visione. Un progetto che parta dai bisogni delle persone, non da quelli di chi vuole “fare affari” sul territorio. Che riconosca la dimensione emotiva dei luoghi, il legame profondo tra identità, memoria e futuro. Che restituisca a Guardia la possibilità di scegliere che cosa vuole diventare.
Trasformare Guardia Sanframondi non significa venderne un’immagine edulcorata, ma avere il coraggio di affrontarne le fragilità. Significa smettere di inseguire mode e bandi senza strategia, e iniziare a costruire, insieme, modelli di vita sostenibili, giusti, desiderabili. Solo così i vuoti potranno tornare a essere pieni. E solo così Guardia potrà tornare a essere, davvero, un luogo centrale.