C’è qualcosa di profondamente stonato nel sentire, oggi, durante un convegno, enunciare con lucidità problemi e soluzioni per Guardia Sanframondi da parte di una classe politica e dirigente che, negli ultimi trent’anni, quei problemi li ha prodotti, alimentati o semplicemente ignorati.
Frammentazione della comunità, paese in regressione, risorse non valorizzate, giovani assenti, turismo inesistente, eventi disorganizzati, incuria diffusa, cooperazione evocata ma mai praticata: non sono scoperte recenti, né emergenze improvvise. Sono il risultato di una lunga stagione di mancate scelte, di non-decisioni, di gestioni ordinarie spacciate per visione, di un continuo rinvio del cambiamento.
A tutto ciò andrebbero aggiunte alcune criticità complementari, quali la debolezza della visione strategica condivisa, la mancanza di una direzione chiara e condivisa sul futuro del paese (turismo, agricoltura, cultura, identità). Progetti spesso episodici, non inseriti in una strategia di medio-lungo periodo. La scarsa capacità di fare rete (interna ed esterna). Collaborazioni locali fragili o personalistiche. Pochi legami strutturati con territori vicini, enti sovracomunali, università, reti turistiche o culturali. L’atavica diffidenza reciproca che ostacola la delega e la fiducia. La comunicazione inefficace del territorio: il racconto del paese poco coordinato e poco attrattivo (online e offline). Eventi, prodotti e risorse che non vengono narrati come parte di un’identità unica. Scarso utilizzo di strumenti contemporanei: limitato uso del digitale per promozione, partecipazione, turismo, commercio. Difficoltà a intercettare bandi, finanziamenti e opportunità innovative. Perdita o indebolimento dell’identità comunitaria: tradizioni e pratiche – i Riti – ancora riconosciute, ma non rielaborate in chiave contemporanea. Rischio di nostalgia sterile invece che di valorizzazione evolutiva della memoria. Fuga e non ritorno dei giovani, non solo per lo scarso coinvolgimento, ma per la mancanza di condizioni concrete per restare o tornare (lavoro, spazi, ascolto, protagonismo). Processi lenti e poco chiari che scoraggiano iniziative dal basso. Distanza tra amministrazione e cittadinanza attiva.
La cosa più grave non è che oggi si riconoscano questi limiti. La cosa grave è che si continui a parlarne come se fossero colpe di qualcun altro, come se il tempo trascorso non fosse stato governato dalle stesse persone, dagli stessi gruppi, dalla stessa cultura amministrativa che oggi propone “soluzioni”.
Guardia Sanframondi non è impoverita perché manca di risorse. È impoverita perché le risorse non sono mai state messe a sistema. Non è immobile perché i cittadini non vogliono cooperare, ma perché nessuno ha mai costruito le condizioni reali per farlo. Non è marginale perché è piccola, ma perché ha smesso di pensarsi grande.
Per trent’anni si è preferito amministrare il consenso invece di costruire una comunità. Si è preferito gestire l’esistente invece di immaginare il futuro. Si è preferito il controllo alla partecipazione, l’evento spot alla strategia, la rendita di posizione alla responsabilità collettiva.
E oggi, paradossalmente, si ascoltano interventi che parlano di visione condivisa, valorizzazione dei prodotti, turismo strutturato, protagonismo giovanile, rete tra attori locali.
Tutto giusto. Tutto vero. Tutto tardivo. Perché quelle parole, se pronunciate da chi ha governato questo paese per decenni, non possono essere considerate proposte: sono ammissioni di fallimento. E se non vengono accompagnate da un’assunzione chiara di responsabilità, rischiano di essere l’ennesimo esercizio retorico.
Il problema di Guardia Sanframondi non è l’assenza di idee. È l’assenza di coraggio politico, di continuità progettuale, di umiltà nel fare un passo indietro. Forse la vera svolta non sarà un nuovo piano, un nuovo convegno o un nuovo slogan. Forse la vera svolta arriverà solo quando chi ha avuto tempo, spazio e potere per cambiare le cose riconoscerà di non esserci riuscito e lascerà davvero spazio a nuove energie, nuove competenze, nuove forme di leadership.
Perché un paese non riparte quando si ripetono le stesse parole. Riparte quando cambia chi le pronuncia e, soprattutto, come le trasforma in fatti.
Foto Fremondoweb