Se il potere autentico, come insegnano monarchie e pontificati, tende naturalmente all’eternità, a Guardia Sanframondi esso ha assunto una forma ancora più raffinata: l’immortalità mimetica. Qui il comando non muore, non decade, non va in archivio. Al massimo cambia posto a tavola, arretra di una sedia, si alza per prendere fiato e poi torna a sedersi come se nulla fosse.

Da oltre trent’anni — un arco temporale che altrove copre almeno tre ere politiche, qui appena un paio di cicli amministrativi — il potere locale è amministrato da una ristretta cerchia di figure che, per discrezione e carità cristiana, chiameremo semplicemente i ras. Non uno, non due: una costellazione compatta, capace di dividersi il campo come un feudo ben lottizzato, alternando rivalità scenografiche e riconciliazioni improvvise, sempre nel nome superiore del paese.

Chiamarli ras, tuttavia, non rende pienamente l’idea. A Guardia siamo di fronte a tipologie antropologiche, a maschere senza le quali la politica locale perderebbe trama, personaggi e colpi di scena. E allora ecco: il Politico influente che “non c’entra più ma osserva”, il Menscevico che riforma sempre le stesse cose, il Tecnico prestato alla politica e poi restituito alla politica, il Moralizzatore che moralizza a corrente alternata, le opere pensate, ripensate, mai finite ma sempre inaugurabili, le foto con la fascia, senza fascia, con la giacca aperta, le frasi sibilline oggi affidate ai social come oracoli minori. Il tutto accompagnato da una liturgia fatta di smentite che confermano, di prese di distanza che avvicinano, di silenzi strategici che parlano più di un comizio. A Guardia il potere non si esibisce urlando: strizza l’occhio. Chi deve capire, capisce.

Fra le meraviglie del Sannio profondo — dove la classe dirigente ha contorni metafisici — il tratto distintivo del Gran Consiglio guardiese resta un’esuberanza controllata, una sicurezza granitica nel sapere che, comunque vada, si tornerà utili. A destra, a sinistra, al centro, di lato, dietro le quinte o in prima fila: la collocazione è un dettaglio, la presenza no. È da questa permanenza che nasce un consenso resiliente, capace di attraversare delusioni, polemiche, cambi di vento e persino improvvisi risvegli civici. Ogni elezione, del resto, viene presentata come decisiva, ultima, irripetibile. E ogni volta, puntualmente, i medesimi volti riemergono, magari con un nuovo lessico, una nuova lista, un nuovo progetto “per i giovani”.

Sul piano politologico — per chi ancora pratica l’ardua disciplina — Guardia rappresenta un caso da manuale di micro-feudalesimo democratico: un sistema di sub-poteri locali che convivono, contrattano, si annusano e si riconoscono, tutti gelosissimi della propria autonomia e unanimemente sospettosi verso qualsiasi intrusione esterna. Provincia, Regione, Asl, partiti: presenze tollerate, mai determinanti. Qui il vero centro decisionale è il tavolo giusto al momento giusto.

E come ogni potere che si rispetti, anche quello guardiese ama il palcoscenico. Non il comizio sguaiato, bensì l’evento colto, il convegno tematico, la riflessione alta. Non a caso, proprio domani mattina, nel castello — luogo simbolo, neutro solo in apparenza — si terrà un convegno dal titolo rassicurante e apparentemente innocuo: “Guardia, comunità di destino”. Applausi garantiti.

Peccato che, a uno sguardo appena più attento, la platea annunciata assomigli sorprendentemente a una prova generale elettorale. I ras ci saranno tutti, o quasi. Qualcuno parlerà, qualcuno ascolterà con aria assorta, qualcuno arriverà in ritardo per farsi notare. Qualcun altro dirà di essere lì “solo per interesse culturale”. E naturalmente nessuno parlerà di elezioni, che però saranno presenti come il convitato di pietra. Il castello, del resto, si presta magnificamente: solido, dominante, simbolico. Un luogo perfetto per ribadire, senza dirlo, che il potere è ancora lì, vigile, organizzato, pronto. La primavera elettorale è alle porte, ma i ras non vanno mai in letargo.

Quanto tutto questo influisca sul futuro di Guardia Sanframondi resta un mistero degno dei teologi locali. Di certo, però, una cosa appare chiara anche al più distratto degli osservatori: qui il potere non teme il tempo. Al massimo lo usa come alleato. E quando sembra farsi da parte, è solo per prendere meglio la rincorsa.