«Un confronto sereno e costruttivo, capace di andare oltre le divisioni». Parole nobili, solenni, quasi liturgiche. Ed è giusto dirlo subito, senza ambiguità: non è questo lo spirito che viene messo in discussione, né l’iniziativa in sé, né chi l’ha organizzata con l’intento – legittimo e apprezzabile – di favorire un momento di riflessione collettiva. Il confronto, quando è autentico, è sempre un valore.
La polemica nasce altrove. Nasce dal fatto che a rivendicare oggi il tema dell’unità e del “destino comune” siano spesso gli stessi che, per almeno un quarto di secolo, quelle divisioni le hanno coltivate, alimentate e, talvolta, persino istituzionalizzate. Ed è qui che il dubbio diventa inevitabile: dov’erano mentre Guardia si divideva? O meglio: che cosa facevano mentre avevano il potere – locale e nazionale – per incidere davvero sul destino di questa comunità?
Qui sta il punto. Non parliamo di spettatori distratti o di comparse occasionali, ma di protagonisti. Uomini e donne che hanno occupato ruoli di rilievo, avuto accesso a leve decisionali importanti e che avrebbero potuto – se non risolvere – almeno avviare processi seri di sviluppo, coesione e visione. E invece?
In questi anni Guardia Sanframondi non è diventata una “comunità di destino”. È diventata, piuttosto, una comunità di sopravvivenza: giovani costretti ad andare via, un tessuto economico fragile, occasioni mancate che oggi vengono raccontate come fatalità, mai come responsabilità precise.
Fa sorridere – amaramente – che oggi si invochi l’unità come se fosse una scoperta recente, un’illuminazione tardiva. L’unità non è uno slogan da spendere quando il consenso vacilla o quando si avverte il rischio dell’irrilevanza politica. Soprattutto quando l’interesse principale non sembra essere il futuro di Guardia, ma il proprio posizionamento personale o politico.
L’unità è una pratica quotidiana: si costruisce con scelte coraggiose, con atti concreti, con la capacità di includere e non solo di comandare. E invece, negli anni, abbiamo assistito a tutt’altro: personalismi, contrapposizioni, cordate, divisioni spesso mascherate da differenze “ideali” ma in realtà figlie di ambizioni individuali. Oggi, improvvisamente, tutti pacieri. Tutti architetti della concordia. Tutti pronti a parlare di “destino comune”.
Ma il destino, per essere comune, deve essere condiviso anche nei sacrifici, non solo nei proclami. E qui la domanda diventa più scomoda: quali sacrifici sono stati fatti davvero per Guardia? Quali battaglie sono state combattute nei luoghi dove si decideva? Quali risultati concreti possiamo mettere sul tavolo, al netto delle narrazioni autocelebrative?
Non basta evocare un passato glorioso né rifugiarsi nella retorica dell’identità. Guardia non ha bisogno di nostalgie, ma di verità. E la verità è che le divisioni di oggi non nascono ieri: sono il frutto di scelte, omissioni e silenzi. Di occasioni perse quando c’erano risorse, attenzione politica e margini di manovra.
Ben venga, dunque, il confronto. Ma sia vero, non strumentale. Sereno, sì, ma non smemorato. Costruttivo, certo, ma senza cancellare le responsabilità. Perché l’unità senza autocritica è solo un’operazione cosmetica. E una comunità non si rafforza con le parole, ma con la coerenza.
Se davvero vogliamo parlare di “comunità di destino”, cominciamo da qui: dire cosa non ha funzionato, chi ha sbagliato e perché. Solo allora l’unità smetterà di essere uno slogan buono per i manifesti e potrà diventare, finalmente, un progetto credibile per Guardia Sanframondi.
Questo intervento non nasce per attaccare un’iniziativa, né per delegittimare chi ha organizzato un momento di confronto che, in sé, resta utile e apprezzabile. Al contrario: ogni occasione di dialogo serio è un valore per la comunità e va riconosciuta come tale. La critica è rivolta esclusivamente a un altro piano: all’uso strumentale del tema dell’unità da parte di chi, oggi, dopo un quarto di secolo parla di “destino comune” dopo aver avuto importanti responsabilità politiche e ruoli decisionali, locali e nazionali, senza che a quelle parole siano seguiti risultati concreti per Guardia Sanframondi.
Chiedere coerenza non significa fare polemica. Chiedere memoria non significa dividere. Chiedere di distinguere tra chi promuove il confronto e chi tenta di riaccreditarsi politicamente attraverso di esso non è strumentalizzazione, ma chiarezza. Se l’obiettivo fosse la polemica, sarebbe bastato personalizzare, fare nomi, alimentare lo scontro. Non è stato fatto. Qui si pone una questione politica e civile: non può esistere una “comunità di destino” se prima non si riconoscono responsabilità, limiti e occasioni mancate.
L’unità è un processo, non un atto comunicativo. E soprattutto non può diventare un rifugio retorico per chi oggi è interessato a tutt’altro che al futuro di Guardia. Difendere questa distinzione – tra confronto autentico e narrazione opportunistica – non indebolisce la comunità. La rafforza. Perché solo una comunità che sa guardarsi con onestà può davvero pensare di condividere un destino.