A Guardia il termine “medioevale” ha smesso da tempo di essere una semplice iperbole polemica. Nel clima elettorale è diventato una categoria interpretativa. Lo si usa per descrivere il clientelismo di massa, il familismo che struttura l’accesso alle risorse, il ritorno di un nesso diretto tra politica e ricchezza, ma anche la frammentazione suicida del potere comunale. In tutti i casi, il riferimento è lo stesso: una trasformazione del potere che sostituisce alla società civile aperta una comunità ristretta di fedeli, sodali e parenti.
“Medioevale”, in questo senso, non indica un ritorno al passato, ma una forma specifica di modernità degenerata. È il segno di una rottura dell’equilibrio che, fino a non molto tempo fa, costringeva la politica a riconoscere un limite esterno: la comunità, le istituzioni, l’interesse generale. Oggi quell’equilibrio è saltato. Il rapporto tra potere pubblico ed economia privata non è più regolato da una distinzione funzionale, ma da una sovrapposizione. La politica non utilizza più le istituzioni: le occupa, le sostituisce, le consuma.
Il potere non si legittima più attraverso regole impersonali o finalità collettive, ma attraverso la capacità di distribuire protezione, accesso, vantaggi. L’autorità non è più separata dalla persona che la esercita: si patrimonializza, si privatizza, diventa un’estensione della rete familiare, amicale, politica. Le istituzioni restano in piedi, ma smettono di funzionare come limite.
Il rapporto tra potere pubblico ed economia privata è il punto di rottura decisivo. Non esiste più una distinzione operativa tra le due sfere. La politica non utilizza le istituzioni come strumenti di governo, ma le occupa come dispositivi di controllo. Non media interessi, li incorpora. Non governa processi, presidia posizioni. L’indifferenza per la comunità non è una patologia accidentale: è la condizione strutturale di un potere che non riconosce più nulla al di fuori di sé.
In questo quadro l’accumulazione di potere non è più un mezzo, ma un fine. La radicalizzazione dei privilegi diventa normalità, orizzonte condiviso, forma mentis. Il potere non si giustifica più attraverso l’amministrazione, ma attraverso la fedeltà. Non produce decisioni, distribuisce appartenenze. Chi fa politica è incoraggiato a superare ogni residua preoccupazione per il bene comune e ad assumere la postura del conquistatore permanente: nuovi spazi, nuove rendite, nuovi territori da presidiare.
I privilegi non devono più essere giustificati, perché sono percepiti come il normale funzionamento delle cose. Il potere non ha bisogno di consenso largo: gli bastano micro-fedeltà, appartenenze segmentate, una rete capillare di dipendenze. Non produce cittadinanza, ma sudditanza; non organizza una società civile, ma una costellazione di tifoserie.
È qui che la metafora medioevale mostra tutta la sua forza teorica. Non descrive un regresso, né una parentesi arretrata nello sviluppo storico. Descrive piuttosto una medievalizzazione della modernità: il riemergere, dentro istituzioni formalmente moderne, di un potere personale, indifferente, assoluto. Un potere che non governa una comunità, ma la divide; che non riconosce cittadini, ma solo fedeli. E che proprio per questo espone Guardia a una deriva tanto profonda quanto imprevedibile.