Guardia è una terra inquieta. Inquieta perché fragile, ferita, esposta. Inquieta perché segnata da una lunga incuria, da scelte miopi, da un abusivismo che ha divorato paesaggio, sicurezza e fiducia collettiva. Inquieta perché, nonostante tutto, resiste. Come abitanti e cittadini di Guardia non possiamo più limitarci a denunciare emergenze né ad accettare interventi minimi, tardivi e riparatori. È urgente un cambio di paradigma: dalla gestione del degrado a una politica della cura, dalla manutenzione dell’emergenza a una visione di futuro. Mettere in sicurezza il territorio è una priorità politica, non tecnica. Guardia è una terra generosa ma fragile, esposta al rischio idrogeologico e sismico. La messa in sicurezza del territorio e degli abitati non è una voce di spesa, né una competenza da delegare a tecnici isolati: è una scelta politica primaria, un dovere pubblico non negoziabile.
Un dramma come quello che si è consumato la settimana scorsa alla contrada Sant’Antuono, nella zona alta di Guardia, all’interno di un piccolo laghetto artificiale fatiscente e in totale abbandono, non può e non deve ripetersi.
Serve un piano organico, strutturale e di lunga durata che integri prevenzione, manutenzione, monitoraggio e pianificazione urbanistica. Le “toppe” non bastano più. Ogni rinvio aumenta i costi umani, sociali ed economici e scarica sulle generazioni future il prezzo dell’irresponsabilità presente. Chi fra qualche mese andrà ad amministrare deve assumersi una verità scomoda: governare un territorio fragile senza una strategia di sicurezza equivale a esporre deliberatamente la comunità al rischio. La rigenerazione di Guardia non è solo edilizia. È sociale, civile e culturale. Occorre ripensare l’intero territorio guardiese e il centro storico come luoghi vivi, abitabili, produttivi, capaci di attrarre e trattenere persone, lavoro, relazioni. Rigenerare significa rompere con l’idea che il declino sia inevitabile e con la pratica di amministrare l’esistente senza trasformarlo. Questo è uno degli antidoti più concreti allo spopolamento: non incentivi occasionali, ma lavoro legato alla cura del luogo.
Molti giovani vorrebbero restare a Guardia. Chiedono però una cosa semplice e radicale: una prospettiva credibile. Un grande Piano di rigenerazione territoriale può essere un’iniezione di fiducia, un segnale politico chiaro che questa comunità non è destinata al declino ma alla trasformazione. Senza sicurezza, senza servizi, senza visione non c’è futuro possibile. Con coraggio e progetto, sì. Ogni anno perso è un altro pezzo di futuro che se ne va.
Il degrado non è una fatalità. È necessario dirlo con nettezza: il degrado e le disgrazie che ne conseguono non sono una fatalità. Sono stati spesso funzionali a una classe politica e dirigente che sul bisogno, sull’emergenza e sulla rassegnazione ha costruito consenso, potere e rendite.
Per anni si è preferito: rincorrere le disgrazie invece di prevenirle. Tollerare il degrado e l’abusivismo invece di governare il territorio. Gestire il bisogno invece di risolverlo. Questo modello ha prodotto insicurezza, disuguaglianze e sfiducia, svuotando il senso stesso dell’azione pubblica. Rigenerare Guardia significa rompere definitivamente con questo paradigma di morte. Servono istituzioni che prevengano, progettino, curino. Servono amministratori che rispondano delle scelte, non che si nascondano dietro l’emergenza permanente.
Questa è la discontinuità necessaria. Tutto il resto è amministrazione del declino. Non bastano enunciazioni. Serve un Piano di rigenerazione territoriale integrato, pubblico, verificabile, con obiettivi, tempi e responsabilità chiare. La rigenerazione non è un progetto calato dall’alto, ma nemmeno un processo spontaneo: è una scelta politica che va governata con competenza e partecipazione reale. Il problema non sono i soldi, ma la visione. Dire che “non ci sono risorse” è spesso un alibi. Le risorse esistono: fondi europei, nazionali, regionali, strumenti di finanza pubblica, programmi per aree fragili e interne. Il vero problema è l’assenza di: una strategia chiara; una capacità progettuale stabile; una volontà politica di lungo periodo. Senza visione, i fondi diventano occasioni perse. Con una visione, diventano leva di trasformazione.
Questo non è un appello contro qualcuno, ma un appello alla responsabilità collettiva, per Guardia. Ci rivolgiamo al sindaco e all’amministrazione che verrà, alle forze politiche di maggioranza e opposizione, alle associazioni, alle organizzazioni di categoria, al volontariato, ai professionisti, agli studiosi, ai cittadini: non lasciate cadere nel silenzio questo grido di allarme e questa proposta di futuro.
Da anni abitanti, giovani e studiosi — anche venuti da lontano — indicano la stessa direzione: cura, sicurezza, rigenerazione.
Guardia non vuole spegnersi. Il territorio guardiese resiste. Chiede di essere ascoltato, non compatito. Chiede progetti, non assistenza. Chiede politica nel senso più alto del termine: prendersi cura della comunità. Chiede un atto di responsabilità civile e politica.