A Guardia Sanframondi non governa una classe dirigente, governa un sentimento. Un sentimento tiepido, unanimistico, rassicurante: il volerci tutti bene. Non è affetto, è controllo sociale. Non è unità, è anestesia.

A fine anno il Sindaco ci ha ricordato, con la consueta pacatezza, che tutto è stato fatto con sobrietà, equilibrio, discrezione. Talmente tanta discrezione che, a distanza di anni, nessuno saprebbe dire esattamente che cosa sia stato fatto, da chi e con quali risultati, ma poco importa: l’importante è l’atmosfera. Rassicurante. Avvolgente. Quasi terapeutica. Le criticità? C’erano. Ma erano “sedimentate”. Un termine magnifico, che assolve tutti: non sono figlie di scelte politiche, ma di ere geologiche imprecisate. Nessuno le ha create, nessuno le ha gestite male, e soprattutto nessuno ne porta il peso. Si sono formate da sole, come le stalattiti. E per fortuna — ci viene detto — sono state superate. Quando, come e perché resta un mistero minore, di quelli che disturbano l’armonia. In questo racconto non esiste il conflitto, perché il conflitto presuppone colpe. Non esiste l’errore, perché l’errore impone un bilancio. Esiste solo un tempo neutro, ovattato, dove tutto accade senza che nessuno abbia mai deciso nulla. È la versione locale dell’assoluzione permanente.

Poi – per fortuna – arriva il giovane, e con lui la liturgia del nuovo. Ma il nuovo, a Guardia, nasce già vecchio: parla la stessa lingua di chi amministra, solo con meno subordinazioni. Anche lui invoca la comunità, il destino, l’ascolto. Anche lui chiede partecipazione, ma non chiede verità. Non nomina i nodi, non tocca le ferite, non disturba i silenzi. Il futuro che propone è pulito, igienico, depurato dal passato. È un futuro che non giudica, perché giudicare divide. Poi, quasi come un controcanto generazionale, arriva l’appello. Tono diverso, ritmo incalzante, parole d’ordine chiare: confronto vero, futuro condiviso, comunità di destino. Qui la sobrietà lascia spazio all’enfasi, la pazienza al desiderio di “adesso”. È il linguaggio di chi non ha mai amministrato e, proprio per questo, può permettersi di indicare ciò che manca senza spiegare come colmarlo.

È interessante notare come entrambi i messaggi dicano, in fondo, la stessa cosa: Guardia ha bisogno di ritrovarsi. Il Sindaco lo afferma con la cautela di chi amministra; il giovane con l’urgenza di chi si propone. Uno invita alla fiducia, l’altro alla partecipazione. Uno guarda al percorso fatto, l’altro alla strada che (a suo dire) non è stata percorsa. Ma se una comunità ha bisogno di “ritrovarsi”, significa che qualcosa si è perso per strada. E qui l’ironia diventa inevitabile: possibile che ce ne accorgiamo tutti insieme, proprio ora, alla vigilia della primavera elettorale? Possibile che il dialogo diventi “vero” solo quando si aprono le urne? Che la casa sia “aperta” soprattutto quando serve riempirla?

Il risultato è straordinario: maggioranza e aspiranti tali parlano la stessa lingua. Tutti chiedono unità. Tutti invitano alla partecipazione. Tutti vogliono includere. Tutti, però, sembrano allergici a una parola semplice e volgare: responsabilità. Quella con il cognome. Quella che implica decisioni, scelte, conseguenze. Molto meglio una responsabilità diffusa, collettiva, vaporosa. Di tutti e quindi di nessuno. Il “volemose bene” diventa così il vero statuto politico di Guardia. Un programma flessibile, adattabile a ogni stagione. Serve a chi amministra per non spiegare. Serve a chi si propone per non prendere posizione. È inclusivo, certo: include tutto, tranne la memoria. Perché la memoria divide. Ricordare chi ha fatto cosa incrina l’unità. Chiedere conto è scortese. Meglio parlarsi, ascoltarsi, ritrovarsi. Ritrovarsi dove, esattamente? In un eterno presente, privo di cause e di effetti, dove ogni primavera è una rinascita e ogni errore evapora per decorrenza.

E così Guardia si prepara al rito elettorale più amato: quello in cui nessuno ha colpe, ma tutti hanno visione. Nessuno ha governato davvero, ma tutti sono pronti a farlo meglio. Nessuno ha sbagliato, ma tutti promettono discontinuità. Una discontinuità così delicata da non interrompere nulla. Il “volemose bene” diventa allora un’ideologia. Non ingenua, ma funzionale. Serve a chi è stato al potere per non rendere conto. Serve a chi vuole andarci per non prendere posizione. Serve a entrambi per evitare la sola cosa davvero pericolosa: la memoria. Perché la memoria è violenta. Ricorda che la storia non è neutra. Che le comunità non sono famiglie felici, ma campi di tensione. Che il consenso costruito sull’oblio è una forma di dominio gentile, e proprio per questo più efficace. E una comunità che rinuncia a ricordare, prima o poi, rinuncia anche a scegliere. Il paradosso è evidente: tutti chiedono partecipazione, ma nessuno chiede conto. Tutti vogliono ascoltare, ma nessuno vuole rispondere. Tutti parlano di responsabilità, purché sia astratta, collettiva, diluita — mai personale, mai politica.

Pasolini avrebbe parlato di falsa coscienza comunitaria. Qui la chiamano unità. Ma l’unità che rifiuta il conflitto è solo un ordine imposto con buone maniere.

Guardia viene descritta come una casa aperta. Ma è una casa senza specchi. Nessuno è costretto a guardarsi. Nessuno è chiamato a riconoscersi. Tutti possono restare innocenti. E così la politica si riduce a rituale: auguri, appelli, confronti “veri” purché non producano verità. La primavera arriva, le parole rifioriscono, le responsabilità evaporano. Il potere resta. Cambiano i volti, non il metodo. E nessuno dice che a Guardia il passato è diventato una stanza chiusa a chiave: tutti sanno che c’è, nessuno vuole entrarci. Meglio parlare di destino comune che di decisioni concrete; meglio invocare l’unità che spiegare le divisioni; meglio il coro che la verità stonata.

Ai cittadini spetta il compito più difficile: non farsi cullare dai toni rassicuranti né sedurre troppo facilmente dalle novità rumorose. Ascoltare tutti, credere a pochi, valutare i fatti. Perché il futuro, a Guardia come altrove, non comincia con un convegno, un appello o un augurio di fine anno. Comincia quando le parole smettono di assomigliarsi e iniziano, finalmente, a pesare.

E allora forse il vero atto rivoluzionario, in questa primavera che si avvicina, non sarà l’ennesimo appello al “volemose bene”, ma una cosa molto più semplice e molto più scomoda: chiamare le cose con il loro nome. Dire cosa ha funzionato e cosa no. Chi ha deciso e chi ha taciuto. Chi c’era e chi si propone oggi come se nulla fosse stato ieri. Il passato non può continuare a essere l’unico grande escluso. Perché voler bene a una comunità è facile. Molto più difficile è dirle la verità. E, soprattutto, ricordarla.