A Guardia Sanframondi chiedere scusa è sempre stato difficile. Forse troppo.

Sono passati più di vent’anni da quella pagina nera della politica locale che vide la caduta anticipata di un sindaco eletto direttamente dai cittadini, non per volontà popolare ma per una manovra consiliare fondata su accuse che il tempo e i fatti hanno dimostrato essere infondate. Eppure, in tutto questo tempo, nessuno ha mai trovato la forza morale di pronunciare una parola semplice e rivoluzionaria: scusa.

Scusa ai cittadini, prima ancora che a un uomo.

Scusa per aver interrotto un’esperienza amministrativa che, numeri alla mano, aveva rimesso in ordine i conti, risanato il bilancio, ottenuto finanziamenti importanti e avviato un percorso di sviluppo senza gravare sulle tasche dei guardiesi. Scusa per aver consegnato il Comune all’instabilità, al clientelismo, al commissariamento e a elezioni anticipate costate decine di migliaia di euro alla collettività.

Da allora, la politica locale ha imboccato una strada sempre più autoreferenziale, ripiegata su sé stessa, moralmente incapace di fare autocritica e di riconoscere i propri errori. Non si è mai voluto ammettere che quelle accuse – definite “drammatiche” – erano prive di fondamento, smentite persino dagli atti ufficiali successivi: avanzi di amministrazione, miliardi di lire in eredità finanziaria, fondi regionali ottenuti e poi restituiti per scelte politiche incomprensibili.

Nel quarto di secolo successivo, Guardia Sanframondi ha conosciuto un immobilismo amministrativo che è sotto gli occhi di tutti. Molte delle opere pubbliche che oggi esistono – o che si sarebbero potute realizzare – affondano le loro radici proprio in quei finanziamenti ottenuti dall’amministrazione Ceniccola, nonostante allora venissero bollati come “bugie” da una propaganda politica miope e distruttiva. Altre opere, invece, sono rimaste sulla carta, perdute tra occasioni mancate, fondi restituiti e incapacità di visione.

Il danno più grande, però, non è stato solo economico o infrastrutturale. È stato culturale e politico.

Da quel momento in poi, fare politica a Guardia Sanframondi è diventato sempre più difficile per chi intende farla con spirito di servizio, trasparenza e autonomia. Chi prova a rompere schemi consolidati, a mettere in discussione narrazioni comode o a ricordare fatti documentati, viene spesso isolato, delegittimato o ridotto al silenzio.

Eppure, una comunità matura cresce solo quando sa guardarsi allo specchio. Chiedere scusa non è segno di debolezza, ma di responsabilità. Riconoscere un errore non cancella il passato, ma può liberare il futuro.

Forse è arrivato il momento che la politica guardiese trovi il coraggio che finora è mancato:

il coraggio della verità, della memoria e, finalmente, delle scuse.