C’è una parte di Guardia Sanframondi che non ne può più. Non ne può più di vedere sempre gli stessi nomi, gli stessi meccanismi, gli stessi equilibri di potere che da decenni si riproducono come se il paese fosse una proprietà privata e non una comunità. Non ne può più di decisioni prese da pochi e subite da molti, di una gestione che si perpetua per cooptazione più che per consenso reale.
Nel frattempo, Guardia si svuota. I giovani vanno via, le competenze si disperdono, il paese perde centralità, peso, prospettiva. Lo spopolamento non è una fatalità né una condanna naturale: è il risultato di scelte mancate, di una visione assente, di un’amministrazione concentrata sull’ordinario e incapace di immaginare il futuro. Eppure si continua a far finta che basti gestire l’esistente per tenere in piedi una comunità che, così, lentamente si consuma.
Il problema non è solo l’attuale amministrazione, né una singola stagione politica. Il problema è un sistema di potere consolidato nel tempo: una cerchia ristretta che occupa ruoli chiave e controlla le decisioni, che si autoalimenta isolando chi prova a proporre alternative. Un sistema che scoraggia il confronto, riduce la partecipazione e trasforma la politica in gestione personale delle relazioni. Questo modello ha prodotto risultati evidenti: un paese che invecchia senza prospettive per chi resta, che perde peso rispetto ai comuni vicini, che amministra l’ordinario senza mai affrontare i nodi strutturali.
Allora la domanda è semplice: possiamo ancora permetterci questo immobilismo? Guardia può permetterselo?
Tra qualche mese si torna alle urne. L’alternanza non è uno slogan né un capriccio: è una necessità democratica. Senza alternanza non c’è vitalità, non c’è controllo, non c’è possibilità di correzione. Un paese senza ricambio diventa fragile, marginale, incapace di reagire alle trasformazioni che lo attraversano. Diventa ostaggio di logiche autoreferenziali dove il potere si riproduce per inerzia, non per merito. La democrazia locale non è un optional: è l’unico strumento che abbiamo per mantenere viva una comunità. E la democrazia ha bisogno di alternanza come i polmoni hanno bisogno di ossigeno. L’alternanza non è un lusso né una vendetta politica: è la condizione minima perché una democrazia resti viva. È il modo in cui una comunità dimostra di essere ancora capace di pensare, di scegliere, di autodeterminarsi.
Guardia, se vuole restare una comunità pensante e non ridursi a un borgo residuale in lenta estinzione, non può più rinunciare a questa possibilità. La scelta è tra l’immobilismo che ci sta svuotando e il coraggio di provare strade nuove o (perché, no!) già percorse qualche decennio addietro con successo. Tra la conservazione di equilibri ormai sterili e la costruzione di una prospettiva diversa. Non si tratta di promettere miracoli, ma di restituire dignità alla politica locale. Di dimostrare che amministrare non significa gestire favori e rendite di posizione, ma costruire futuro per tutti.
Le elezioni di primavera possono rappresentare un passaggio decisivo. Non per sostituire semplicemente un nome con un altro, ma per cambiare metodo, mentalità, direzione. Per dimostrare che Guardia può ancora essere una comunità capace di discutere, scegliere, rimettersi in cammino.
È tempo di ricominciare. È tempo che Guardia torni a essere di tutti.