E dopo Di Lonardo? Un altro Di Lonardo. A Guardia si procede replicando, sempre lo stesso o un suo facsimile. Non c’è soluzione migliore di quella che è in corso o in scadenza. Non muta la risposta. Non sto mettendo in discussione gli uomini o l’istituzione; magari si dovrebbe, ma non è questa l’intenzione, almeno in questo caso. Sto ponendo una questione di fondo, un criterio e un dubbio di principio, che però ha implicazioni pratiche nella realtà guardiese molto più decisive di quanto si possa immaginare. La cosa più preoccupante non riguarda singoli sindaci di oggi o del recente passato, ritenuti da alcuni insostituibili, ma è la convergenza di piani, mondi e idee diverse. Guardia invece non prevede altro che replicare l’esistente, senza possibilità di deviazione.

A Guardia il futuro sembra avere una forma già decisa: quella dell’esistente che si replica. Non come esito di un confronto aperto, ma come automatismo. Cambiano i nomi, le combinazioni, le etichette; la direzione resta la stessa. L’alternativa non è contemplata come possibilità, ma percepita come deviazione, quando non come pericolo. Eppure si possono fare percorsi alternativi. Per congiungere due punti non c’è solo la linea retta: se ragioniamo in termini puramente geometrici, la linea retta è la più diretta per congiungere i due punti; ma la vita, il tempo, l’umanità, la storia e la natura non camminano nello spazio puro e vuoto, conoscono altre leggi che riguardano l’intensità, la durata, la qualità, l’efficacia, la curiosità, la relazione, la logica, il ricordo, l’aspettativa, la fantasia, e potrei ancora continuare. Il mondo ha bisogno dell’alternativa. Guardia ha bisogno dell’alternativa.

Alle prossime elezioni di primavera questo schema si manifesterà ancora una volta con particolare evidenza. Non tanto per la forza di un progetto, quanto per l’assenza di un vero spazio di scelta. La domanda implicita non sarà “che paese vogliamo?”, ma “perché cambiare?”. E in questa domanda, solo apparentemente innocua, si concentra il problema politico più serio che Guardia si trova ad affrontare. Qui non è in discussione l’uomo o la donna. Il punto è il criterio. È l’idea, ormai interiorizzata, che la continuità sia sempre e comunque la soluzione migliore; che ciò che è in carica sia, per definizione, anche ciò che è giusto, necessario, inevitabile. Così la politica smette di essere ricerca e diventa conferma. E il conformismo guardiese non ha bisogno di forzature né di regie occulte. È un fenomeno visibile, quotidiano, quasi naturale. È l’abitudine che diventa norma, la prudenza che si trasforma in rinuncia, la stabilità che si sostituisce al pensiero. È una convergenza silenziosa di piani diversi – istituzionali, sociali, culturali – che finiscono per produrre un unico esito possibile. La vita in una comunità come Guardia è complessa, come la realtà, e richiede l’esercizio dell’intelligenza. La mancanza dell’alternativa è la riduzione della complessità a un segnale stradale che indica il senso unico; è la mortificazione delle idee, delle differenze, delle varietà. In questo paese stiamo scivolando senza accorgercene nel regno del conforme e dell’uniforme che sopprime l’alternativa; e non è solo la soppressione dell’opposizione, del diverso parere, dell’altro lato delle cose, ma anche della ricerca, della possibilità di vedere e agire altrimenti. Senza questo è la fine della libertà, della democrazia, del pensiero e dell’intelligenza. Stiamo vivendo questa fase, anzi abbiamo intrapreso questa china, e la cosa peggiore è che lo stiamo vivendo con disinvolta routine, senza porci nemmeno il problema, accettando tutto con automatismo, che è il peggiore dei fatalismi perché estirpa alla radice anche solo l’ipotesi di vedere le cose in altro modo. In questo modo la complessità della vita comunitaria viene ridotta. La pluralità delle idee si assottiglia. Il dissenso non viene represso: semplicemente non trova spazio. Non perché sia illegittimo, ma perché è ritenuto inutile. E quando una comunità smette di considerare utile la differenza, smette anche di interrogarsi su sé stessa.

Si dirà che è sempre stato così, o che “tanto alla fine funziona”. Ma una democrazia senza alternanza può anche funzionare nell’immediato: nel lungo periodo, però, si indebolisce. Perché senza possibilità di deviazione, la direzione non è più una scelta ma un destino. Ridurre tutto a una traiettoria unica significa perdere profondità, intensità, intelligenza. Significa accettare un paese monotono, dove il nuovo è solo una variazione del già noto. Le elezioni dovrebbero essere il luogo della possibilità, non della ratifica. Anche solo per rimettere in circolo una domanda fondamentale: e se l’alternativa non fosse un problema, ma una risorsa? Perché senza alternativa non c’è confronto. Senza confronto non c’è libertà. E senza libertà, una comunità può continuare ad amministrarsi, ma smette lentamente di pensare.

Vabbè, qualcuno potrà obbiettare: ma con chi ce l’hai di preciso, chi è che impone questo modo di vedere? Vedi fantasmi, sei complottista. Ma non c’è bisogno di correre dietro a chi sa quale congettura; è l’agenda generale dell’oligarchia locale e dei soggetti che detengono l’egemonia che viene dettata ogni giorno in tutte le sedi, alla luce del sole; è l’agenda del “sistema” dominante che ha il monopolio, o, se preferite, l’egemonia, che fabbrica e controlla il consenso pubblico. Sui social, magari, leggi e ascolti voci diverse e dissonanti; nella vita socio-politica guardiese assai meno; però c’è ancora qualche barlume di differenza. Ma a livello di istituzione comunale, quello è lo schema fisso, e rigido. Per quelle voci la scelta migliore – il sindaco migliore – è quella, quello che c’è già, in carica, in vigore.

Potremmo notarlo così, en passant, come una specie di curiosità, senza darci troppo peso. E invece è una cosa terribile. Non sarà la prima volta che succede nella storia di Guardia, ma certo è una brutta piega per una democrazia dell’alternanza e per un mondo che si definisce libero, plurale ed evoluto. Il conformismo ha sempre accompagnato il lungo corso della democrazia guardiese, ma una volta c’erano almeno divergenze ideologiche e politiche su scelte e priorità, o perlomeno erano enunciate in modo diverso. Ora no. Come il mercato globale tende irresistibilmente verso i monopoli, così le opzioni politiche a Guardia si stanno paurosamente restringendo a una, quella ufficiale, canonica, vigente; sennò è il disastro.

Vogliamo continuare in questo modo? O quantomeno vogliamo acconsentire, tacere o fingere contentezza per questo paese monotono? E se ricominciassimo dall’alternanza?

La domanda, a questo punto, non può restare solo retorica. Se l’alternanza è necessaria, va costruita. E va costruita partendo da un presupposto diverso: non per contrapposizione personale, non per spirito di fazione, ma per restituire a Guardia la possibilità di scegliere davvero.

A proposito: buon anno!