Io non mi stupisco più di niente. Da quando vivo a Guardia, qualsiasi accadimento nefasto che si abbatta sulle nostre vite me lo aspettavo già, l’avevo previsto. Non è pessimismo: perdere la speranza che le cose, in questo disgraziato paese, possano migliorare è un danno collaterale dell’età. Perché a un certo punto della vita capisci di essere stato solo un granello di pulviscolo, senza mai la possibilità di incidere davvero su nulla. Restano i sogni, tenaci e inossidabili. Ma i sogni, per loro natura, sono irrealizzabili.

Intendiamoci: non sono qui a cianciare né, tantomeno, a giudicare. Dico solo che noi guardiesi non siamo vittime. Siamo complici di questo sistema perché, in fondo, ci va bene così. In fondo, cosa volete fare di più per questa comunità? Non vi va bene mai nulla? Uso il “noi”, come quasi sempre, ma questa volta faccio fatica, perché in quel “noi” rivendico di non esserci. Sono rimasto, orgogliosamente, lo stesso stronzo di sempre. Certe occasioni le ho avute anch’io, certi compromessi li hanno proposti anche a me: e non parlo solo di politica. Ma in nessun caso avevano a che fare con i meriti che sapevo di avere e che avrei voluto fossero riconosciuti. Ho fatto le mie scelte, ed è andata così. D’altra parte, se fossero stati tutti come me, oggi, ad esempio, gli inquilini del Municipio (di ieri e di oggi) sarebbero a fare shopping con le rispettive consorti.

Quando, alcuni anni fa, ho iniziato a scrivere di Guardia Sanframondi — il paese dove sono nato e dove vivo — non avevo in mente un progetto preciso. Non volevo costruire un luogo di discussione nel senso tradizionale. Quello che mi interessava, e che continua a interessarmi, è provare a tenere insieme i pezzi di una comunità: i pezzi di un presente sempre più amnesico, di un passato rimosso con metodica sistematicità, di un futuro che appare comodamente come una pagina bianca su cui si può scrivere qualunque cosa.

Guardando indietro a questi anni di articoli — oltre mille, molti più di quanti avrei immaginato — mi rendo conto che esiste un filo rosso che li attraversa tutti: la lotta contro una sorta di Alzheimer collettivo. Contro la tendenza a fingere che ogni cosa sia inedita, che ogni problema sia nuovo, che ogni scandalo sia senza precedenti.

La domanda allora è semplice: perché fingiamo sempre di scoprire per la prima volta ciò che sappiamo da quarant’anni? Per esempio, che i guardiesi hanno sempre voluto al potere personaggi abbastanza forti da poter diventare “amici utili”. Lo sappiamo. Lo abbiamo sempre saputo. Eppure, ogni volta, preferiamo fingere stupore. È questo esercizio di smemoratezza collettiva che mi irrita profondamente.

Lo stesso meccanismo si riproduce nella politica guardiese, tanto nelle critiche a chi amministra quanto nelle finzioni di chi si dichiara opposizione. Tutto è già scritto, tutto è già visto, ma continuiamo a recitare come se fosse la prima volta.

Lo ritroviamo anche quando si parla di “comunità” e “condivisione”, soprattutto in occasione delle feste. Parole nobili, abusate, che a Guardia finiscono per significare sempre la stessa cosa: cittadini di serie A e cittadini di serie B. Sempre gli stessi eventi. Eventi pensati per i soliti noti, occasioni standardizzate per bambini, cori gospel riproposti come simboli universali di partecipazione, mentre tutto — sistematicamente — si svolge nella parte alta del paese, attorno al Municipio. Il resto del paese viene trascurato o, peggio, ignorato. Intere aree di Guardia restano fuori dalla narrazione ufficiale della comunità, come se non esistessero, come se non fossero parte dello stesso corpo sociale che a parole si dice di voler unire.

Ripensando a questi anni, mi chiedo spesso, con un certo sconforto: a cosa serve continuare a scrivere se l’amnesia collettiva sembra inattaccabile? La risposta che mi sono dato è che il lavoro sulla memoria non è un lusso intellettuale, ma una necessità politica. In un’epoca in cui tutto è “senza precedenti”, qualcuno deve fare il lavoro sporco: cercare i precedenti, ricostruire le genealogie, mostrare che è già successo e che succederà ancora. Documentarlo e raccontarlo è un atto di resistenza molto più efficace che urlare contro il mostro quotidiano, di persona o sui social.

Quando scrivo che chi oggi, come ieri, amministra questo paese ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la propria comunità, o che il “suicidio assistito” dei cittadini segue regole diverse a seconda di chi sei, non sto facendo un esercizio accademico. Sto dicendo: ecco i fatti, ecco le prove. Ora non potete più fingere di non saperlo.

Ho capito anche che la memoria, senza analisi, è solo nostalgia. Non mi interessa rimpiangere il passato. Mi interessa usarlo per smontare le narrazioni false del presente. La storia si ripete, anche se in forme diverse. Se non impariamo a riconoscerne l’eco, finiremo per credere che ogni suono sia originale, che ogni problema sia nuovo, che ogni soluzione debba partire da zero.

Scrivere, a volte, è come gridare nel deserto. Ma l’alternativa sarebbe accettare che l’amnesia collettiva abbia vinto. E non sono disposto ad accettarlo.

Continuerò a scrivere perché credo che serva qualcuno che dica: aspetta, andiamo a vedere cosa è successo l’ultima volta. Qualcuno che racconti l’ordinario e lo straordinario di Guardia, che conti i numeri, che ricostruisca le genealogie politiche. Forse non cambierà nulla nell’immediato, ma lascerà una traccia.

Un giorno, se qualcuno vorrà capire come siamo arrivati a questo punto, forse troverà quegli articoli e dirà: qualcuno aveva capito, qualcuno aveva documentato, qualcuno aveva provato ad avvertire. Non per impedire che la storia si ripeta — perché si ripete sempre — ma perché, quando accadrà di nuovo, qualcuno possa dire: è già successo, sappiamo come va a finire, possiamo fare diversamente.

È poco? Forse. Ma è meglio dell’amnesia collettiva, del finto stupore, dell’ipocrisia sistemica. È il minimo per chi crede che la memoria sia uno strumento politico, non un esercizio nostalgico.

Buone Feste