A Guardia la primavera non porta solo pollini e allergie: porta soprattutto le grandi manovre. Non quelle militari, s’intende, ma quelle ben più sofisticate e silenziose che precedono ogni elezione comunale degna di questo nome. Fine maggio è dietro l’angolo e, come da tradizione, il paese ha già cambiato ritmo, postura e — soprattutto — sguardo.

Basta fare due passi per le strade o fermarsi cinque minuti nei pressi del Municipio per accorgersene: i conciliaboli sono tornati. Piccoli capannelli che nascono dal nulla, si stringono, abbassano la voce e si sciolgono con la rapidità di una nebbia mattutina. Tutto assolutamente casuale, sia chiaro. Coincidenze. Amicizie di vecchia data che proprio adesso sentivano il bisogno di un confronto “disinteressato” sul futuro del paese.

Nei bar si beve lo stesso caffè di sempre, ma con un retrogusto nuovo: quello delle strategie non dichiarate. I saluti diventano più calorosi, le pacche sulle spalle più frequenti, le frasi iniziano immancabilmente con un “io non mi voglio candidare, però…”. Ed è proprio quel “però” a contenere interi programmi elettorali, completi di assessori fantasma e promesse già pronte per essere disattese.

C’è chi ricompare dopo almeno cinque anni di irreperibilità sociale, improvvisamente esperto di tutto: viabilità, verde pubblico, cultura, turismo. Chi riscopre l’amore per il decoro urbano proprio ora che il suo cognome potrebbe finire su un manifesto. Chi si dice “stanco della politica” ma conosce già a memoria i numeri dell’ultima giunta, le delibere contestate e i punti deboli dell’avversario.

Le telefonate si moltiplicano. Non quelle dirette, troppo compromettenti. Quelle mediate: “Senti, ho sentito Tizio che ha sentito Caio… ti va di farci un caffè?”. Il caffè, naturalmente, è solo un pretesto. Come lo sono i sopralluoghi spontanei, le passeggiate nei rioni “per salutare la gente”. Che poi la gente sa perfettamente cosa c’è dietro quel saluto, ma fa finta di niente. È parte del gioco.

Tutti parlano di cambiamento, purché non cambi troppo. Tutti invocano unità, purché sia intorno al proprio nome. Tutti citano “il bene di Guardia”, come se il bene avesse una sola forma e guarda caso coincidesse con la loro visione.

E poi ci sono gli incontri “alla luce del sole”, che però avvengono rigorosamente in controluce. Nulla di segreto, per carità, ma se chiedi di cosa si stesse parlando, la risposta è sempre la stessa: “del più e del meno”. Un più che somiglia a una candidatura e un meno che somiglia a una smentita.

Intanto sui social inizia il balletto dei post sibillini. “Ci sono momenti in cui bisogna metterci la faccia” (foto del Municipio di sfondo). “Il paese merita di più” (nessun nome, ma tutti capiscono). “Presto novità” (cuoricino rosso, punto esclamativo). La politica 2.0 versione Guardia: stessa sostanza, nuovo palcoscenico.

A Guardia la campagna elettorale non inizia mai ufficialmente: semplicemente emerge. Come una corrente sotterranea che a un certo punto decide di fare rumore. E da qui a maggio il brusio è destinato a diventare coro, le strette di mano abbracci, i “forse” certezze, e le promesse… beh, quelle resteranno eterne, come ogni tradizione che si rispetti.

Signore e signori, le grandi manovre sono cominciate. E anche stavolta, il vero spettacolo non sarà il voto, ma tutto ciò che succede da adesso in poi. Preparate i popcorn: il teatro è aperto, il sipario si alza, e gli attori — volenti o nolenti, convinti o timorosi e rigorosamente sempre gli stessi — stanno già provando le battute.

Lo show deve continuare. A Guardia, del resto, è sempre stato così.