Guardia Sanframondi è un luogo che ha conosciuto stagioni di splendore culturale, sociale e soprattutto spirituale. È un paese che porta nelle sue pietre la storia, che custodisce tradizioni capaci di richiamare l’attenzione del mondo, che ha visto crescere iniziative di valore e fermenti autentici. Eppure, negli ultimi anni, si respira un’aria diversa: un senso di stanchezza, di rassegnazione, di degrado morale diffuso. Una comunità che sembra aver smarrito la capacità di guardarsi allo specchio e riconoscere ciò che sta diventando.
L’immagine che oggi molti hanno di Guardia è quella di una comunità sempre più avvilita, dove la partecipazione civica è ridotta ai minimi termini e confinata a gruppi ben definiti, la vita pubblica appare appiattita e le occasioni di coesione sociale si riducono spesso alle tavolate, ai matrimoni, agli incontri conviviali, ai momenti in cui “si mangia e si beve”. È l’Italia intera ad avere questo vizio? Forse sì. Ma qui, in un paese che pure avrebbe mille ragioni per trovare ben altri modi di incontrarsi, questo fenomeno pesa come un macigno.
Il paradosso è evidente: il cibo, che dovrebbe essere un complemento del vivere, è diventato la scusa più ricorrente e dominante per sentirsi “comunità”. Ci si ritrova inevitabilmente a tavola, si ride, si commenta, si critica… e poi, finito il pasto, ognuno torna al proprio isolamento, alla propria sfiducia, al proprio disincanto. Le problematiche reali – lo spopolamento, il declino economico, l’assenza di progettualità, le divisioni interne, l’incapacità di immaginare un futuro condiviso – restano lì, sullo sfondo, ignorate.
Non si tratta di demonizzare la convivialità: la tavola, soprattutto nel Mezzogiorno, è sempre stata luogo di incontro autentico, di scambio, di costruzione di legami. Il problema nasce quando diventa l’unico linguaggio rimasto, quando sostituisce – invece di accompagnare – ogni altra forma di partecipazione alla vita collettiva. Quando ci si riconosce come comunità solo nel momento del banchetto, significa che si è persa la capacità di riconoscersi in progetti, idee, battaglie comuni.
A rendere la situazione ancora più difficile è una sorta di apatia collettiva: pochi parlano, pochissimi agiscono. E chi prova a mettere in discussione lo status quo viene spesso isolato o etichettato come guastafeste. Sembra essersi insinuata l’idea che “tanto non cambia niente”, come se il destino del paese fosse segnato. È questo l’avvilimento più grande: non tanto ciò che manca, quanto la convinzione che non si possa più recuperare ciò che si è perso.
Questa rassegnazione non è caduta dal cielo. È il prodotto di anni di promesse non mantenute, di progetti abortiti, di energie disperse, di giovani partiti senza più tornare. È il frutto di una classe dirigente – non solo politica, ma anche sociale e culturale – che troppo spesso ha preferito gestire l’esistente piuttosto che immaginare il possibile. È la conseguenza di un circolo vizioso in cui chi resta si abitua a restare passivo, e chi vorrebbe cambiare le cose si scontra con muri di indifferenza o, peggio, di ostilità.
Eppure, l’identità di Guardia non si esaurisce in questa caricatura di comunità rassegnata. C’è ancora vitalità – poca, ma c’è –, ci sono giovani che resistono, associazioni che cercano di fare cultura, cittadini che vorrebbero un paese meno chiuso su sé stesso e più coraggioso. Ma questo patrimonio va ascoltato, valorizzato, liberato dalla morsa dell’abitudine e dalle stesse facce che da decenni occupano ogni spazio decisionale.
Chi sono questi “pochi”? Sono i nuovi residenti stranieri che organizzano eventi culturali con mezzi di fortuna, le associazioni che tengono viva la memoria senza limitarsi alla nostalgia, gli imprenditori che scommettono sul territorio nonostante tutto, i cittadini comuni che vorrebbero dire la loro ma non trovano spazi di ascolto reale. Sono voci che esistono, ma che vengono sistematicamente marginalizzate o ignorate perché non appartengono ai circuiti “ufficiali” della socialità locale.
Il problema non è la mancanza di idee o di energie: è la mancanza di spazi dove queste idee possano circolare, confrontarsi, tradursi in azione collettiva. Dove sia possibile discutere del futuro senza essere tacciati di utopismo o, al contrario, di voler disturbare equilibri consolidati.
In questo quadro, non si può tacere sul ruolo delle istituzioni locali. Un paese non ritrova sé stesso senza una guida politica capace di ascoltare, coinvolgere, progettare con coraggio. Serve qualcuno che abbia il coraggio di dire: “Usciamo dalle sagre e parliamo di futuro”. Serve una politica che smetta di limitarsi all’ordinaria amministrazione e che torni a essere, nel senso più nobile del termine, visione.
Questo non significa invocare l’uomo della Provvidenza o la soluzione miracolosa. Significa pretendere che chi governa – a qualsiasi livello – lo faccia con trasparenza, con partecipazione vera, con la capacità di costruire progetti di medio e lungo periodo. Significa smettere di accontentarsi di amministratori che si limitano a tagliare nastri e presenziare a eventi, senza mai porre domande scomode o proporre scelte difficili.
La politica locale deve tornare a essere il luogo dove si discute collettivamente del bene comune, non il teatrino di piccole rivalità personali o il terreno di caccia di interessi di parte. E questo richiede, da parte dei cittadini, la volontà di partecipare, di informarsi, di pretendere risposte. Non si può delegare tutto e poi lamentarsi dell’immobilismo.
Guardia Sanframondi ha una storia che non si cancella. Ha i Riti Settennali, patrimonio immateriale riconosciuto, ha un centro storico che custodisce secoli di vicende, ha radici profonde in una spiritualità che ha segnato generazioni. Ma la memoria da sola non basta: rischia anzi di diventare un peso, un alibi, una consolazione sterile se non viene tradotta in presente.
Servono politiche culturali serie, che colleghino tradizione e innovazione. Serve coinvolgere i giovani non come spettatori, ma come custodi attivi e creativi di questo patrimonio. Serve immaginare nuove forme di utilizzo degli spazi, nuove occasioni di incontro che non si esauriscano nel folklore. La memoria può essere una leva potente, ma solo se smette di essere nostalgia e diventa progetto. Non si esce dall’avvilimento con un manifesto, con una cena o un post sui social, ma con piccoli gesti concreti e ripetuti.
Occorrono occasioni di confronto pubblico veri, non formali: assemblee aperte, incontri tematici, momenti in cui la parola circoli e conti davvero. Luoghi dove si possa parlare dei problemi reali senza paura di essere giudicati o emarginati. Mettere al centro le iniziative esistenti, sostenerle concretamente, amplificarle. Raccontare le storie di chi resiste e costruisce, per contrastare la narrazione del declino inevitabile. Coinvolgere i giovani non come “futuro” astratto, ma come protagonisti presenti. Chiedergli cosa vedono, cosa vogliono, cosa sono disposti a costruire. E poi dare loro fiducia, spazi, responsabilità reali. Investire nella cultura come strumento di coesione, non come orpello decorativo. La cultura non è un lusso per comunità in crisi: è uno strumento di riscatto, di identità, di progettualità.
Guardia non è – e non deve diventare – un luogo in cui ci si riconosce solo davanti a un piatto. La convivialità è parte della vita sociale, certo, ma non può sostituire la responsabilità, il pensiero, la passione civile. Per capire chi siamo davvero, dovremmo tornare a chiederci che cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi. Se la risposta è “una comunità avvilita”, allora sì, possiamo continuare così. Possiamo continuare a incontrarci solo per le occasioni rituali, a parlare dei problemi solo sottovoce, a guardare i giovani partire senza provare a trattenerli, a celebrare il passato mentre il presente sfuma. Ma se la risposta è una comunità viva, consapevole, capace di guardare avanti, allora è il momento di cambiare rotta. E di farlo insieme, non solo… a tavola.
Perché una comunità che ha smesso di pensarsi come progetto collettivo non è più una comunità: è solo un insieme di persone che abitano casualmente lo stesso luogo, legate solo dalla geografia e dalla forza d’inerzia. E questo, per un paese che ha la storia e le potenzialità di Guardia Sanframondi, sarebbe una sconfitta troppo grande da accettare.