Che cos’è oggi Guardia? Un malinteso geografico, un sentimento che si fa paesaggio, un’eco di antiche appartenenze ormai fuori tempo massimo? Dico Guardia e dico Sud, Mezzogiorno. Ma soprattutto dico un nome che un tempo evocava storie, conflitti, identità; e che oggi sembra evaporato fino a ridursi a un cartello stradale.

Sono tramontate le figure ingombranti, eccentriche e controverse che per decenni hanno incarnato il paese. Personaggi forti, talvolta ingiusti, talvolta geniali, che però lasciavano un segno, e non solo per la loro longevità. Non erano semplici amministratori: erano regni ambulanti. Guardia viveva anche del loro carattere. Oggi quella stagione è finita e, con essa, l’intera diarchia (a volte triarchia) che aveva fatto da cornice al dibattito pubblico.

Non guardiamo, dunque, alla prossima competizione elettorale. Non è lì che si gioca la partita. Piuttosto, fermiamoci su quella parola che per decenni ha significato tradizioni, fede, dialetto, aria di paese: Guardia. Una parola che per molti è racconto delle origini, nostalgia non restauratrice, fiaba di un tempo perduto che sopravvive solo in tracce disperse. Ma se ne parliamo al presente – con un occhio al futuro – cosa rimane?

Ci siamo liberati, ed è stato salutare, del guardiese come mestiere, lagna e ideologia. Ma siamo entrati in una notte in cui tutte le vacche sono nere: la notte di Guardia, dove perfino ciò che splendeva al sole ha perso colore, fino a confondersi nel buio globale. Un tempo si discuteva della “questione Guardia”; oggi Guardia non è neppure più in questione. Mancano un’idea, un progetto, un pensiero collettivo. Non si vede la politica, né il futuro. Non si vede una classe dirigente che dica “questo è il futuro possibile del paese”. Nessun piano per l’economia, i servizi, la salute, la pubblica amministrazione. Nessun tentativo di progettare la Guardia dei prossimi dieci anni. L’ordine spontaneo – o più spesso il disordine – ha preso il posto della responsabilità. Non per scelta, ma per disattenzione. O per impotenza.

Se cerchiamo oggi un volto che rappresenti Guardia, non lo troviamo. Ci sono personalità di valore in vari settori, certo. Ma la loro fama non ha più radici nel paese. È scomparsa persino la figura, un tempo ingombrante, del politico guardiese: oggi anch’esso fluttua nel vuoto globale. L’ultimo capo-scuola capace di produrre idee, progetti, finanziamenti “made in Guardia” è stato Amedeo Ceniccola. Da allora, il silenzio.

Il fatto è che non esiste più qualcosa che possa vagamente chiamarsi “Progetto Guardia”. Non parlo di orgoglio di campanile o rivalità locali; parlo di riconoscere che le identità contano, che la storia è una risorsa e non un freno. Ripartire dall’identità, dalla prossimità, dal chilometro zero, dalle differenze naturali e culturali che fanno di un paese un luogo unico.

Le questioni passano. Guardia resta. E non si può cancellare.

Il punto, oggi, non è rimpiangere ciò che è stato, né inseguire fantasmi. È chiedersi se esista ancora qualcuno disposto a pensare Guardia come un patrimonio comune, non come una zavorra o una parentesi da dimenticare. È capire se siamo ancora in tempo per immaginare un futuro che non sia una rassegnazione. Perché un paese esiste davvero solo quando qualcuno lo racconta, lo rappresenta e soprattutto lo progetta. E oggi, a Guardia, questo racconto manca.

È ora di ricominciare a scriverlo.