C’è un momento in cui, allontanandosi da Guardia Sanframondi, si ha finalmente la lucidità di guardare il paese per ciò che è diventato dopo la “cura” Di Lonardo e soci: un territorio svuotato, sospeso, vittima di una lenta emorragia demografica e morale che nessuno sembra avere il coraggio di fermare. Da qui a dieci anni, se nulla cambia, Guardia sarà il monumento perfetto a un fallimento: quello della sua classe dirigente e della sua comunità. Perché sì, la responsabilità politica è enorme. Ma sarebbe ipocrita fingere che la cittadinanza non abbia avuto un ruolo nello sprofondamento collettivo. Sarebbe comodo, a questo punto, immaginarli come vittime passive. Ma la verità è più amara: l’indifferenza ha sostituito la partecipazione come unica forma di autoprotezione emotiva. Una sorta di letargo morale collettivo.
Di sicuro a Guardia la politica non guida, non immagina, non propone. Gestisce. Gestisce, come ha fatto negli ultimi cinque anni, in silenzio, con la tranquilla arroganza di chi sa che non serve il consenso: bastano un paio di favori, qualche legame ben incastrato, e il resto è silenzio. Amministratori come Di Lonardo, Panza, Falato, Ciarleglio, ecc… che non hanno più un’età politica, ma solo un’età anagrafica. Nessuna visione, nessuna idea, nessuna capacità di leggere ciò che sta accadendo attorno: lo spopolamento, il crollo delle attività, la desertificazione sociale.
Tutto scivola loro addosso. Tutto può essere rimandato. Tutto può essere ignorato, purché sia garantita la continuità di quel do ut des che regge l’intero teatrino.
Guardia ieri come oggi non è governata: è amministrata al ribasso. Ma è altrettanto vero che una comunità sana avrebbe reagito. A Guardia, invece, l’indifferenza è diventata la forma prevalente di autodifesa. Gli anziani, spesso isolati e rassegnati, si rifugiano nel ricordo. I pochi giovani rimasti oscillano tra la depressione e il “tirare a campare”, una strategia minima di sopravvivenza che non costruisce niente. E sia chiaro: tirare a campare non è una colpa morale. È l’ultima tattica possibile per chi non vede futuro. Ma proprio per questo è devastante, perché diventa cultura. Si trasforma in aria, in normalità, in abitudine. E quando una comunità si abitua a sopravvivere invece di vivere, allora ha già perso. Non c’è più indignazione, non c’è più speranza. C’è solo un lento adattamento al peggio, un’abitudine tossica all’idea che “così deve andare”. E non perché “è il destino dei paesi”, non perché “siamo lontani dai centri”, non perché “i giovani non hanno voglia di fare”. No, Guardia si svuota per responsabilità precise, politiche e sociali, e per colpe diffuse, accettate e ormai interiorizzate. E in questa rassegnazione collettiva, la politica trova il suo terreno più fertile: nessuno protesta, nessuno pretende, nessuno disturba.
Il fallimento sistemico di un’intera comunità.
Siamo davanti a un collasso che non è né improvviso né misterioso. È un fallimento costruito negli anni, a piccoli passi, in cui ogni componente della società ha ceduto qualcosa: i cittadini la fiducia, la politica il coraggio, gli imprenditori la prospettiva, i giovani il futuro. E oggi, quando si cammina per le strade dopo settembre, si sente l’eco del vuoto: attività commerciali in crisi, serrande abbassate, marciapiedi immobili, silenzi che pesano più delle parole. Ogni giorno, ogni settimana, ogni stagione si perde un pezzo. E ciò che resta diventa più vuoto, più fragile, più silenzioso. È l’immagine esatta di una comunità che non vive più: sopravvive. E in un territorio che si sta spopolando, il potere non ha più bisogno di rinnovarsi. Perché dovrebbe? Non serve convincere nessuno, non serve progettare nulla, non serve attirare nuove energie. Bastano un piccolo cerchio di fedeltà, un paio di favori ben distribuiti, un racconto vuoto da ripetere in pubblico.
E così Guardia smette di essere un paese-comunità: diventa un contenitore. Un luogo dove chi ha potere conserva la propria posizione per inerzia, e chi non ha potere si limita a non intralciare. Quando saremo più vecchi, e guarderemo Guardia con nostalgia magari da qualche località lontana o da qualche vita improvvisata altrove, scopriremo la verità più dolorosa: i perdenti saremo noi. Perché avremo permesso che il nostro paese scivolasse via dalle mani mentre restavamo immobili, rassegnati, complici senza volerlo.
Eppure, il tempo non è finito. Non ancora. Ma per invertire la rotta serve il primo gesto di ribellione: riconoscere che il fallimento non è solo politico, è collettivo. E che una comunità può rinascere solo quando smette di accettare il nulla che le viene offerto.
Guardia non ha bisogno di miracoli. Ha bisogno di coscienze. Di voce. E di coraggio. Fino a quando non torneranno, resterà ciò che è oggi: un luogo svuotato dove si sopravvive al posto di vivere. E la colpa, a quel punto, sarà di tutti.
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