A Guardia Sanframondi c’è un vero miracolo urbanistico: siamo riusciti a trasformare un paese vivo in un museo delle serrande abbassate. E non è successo in un anno, né in cinque. No, questo capolavoro ha richiesto decenni di amministrazioni dedicate, costanti, quasi devotamente impegnate a lasciare tutto esattamente com’è, o a peggiorarlo quando c’era particolare ispirazione.

Eccoli qui, quasi tutti gli amministratori del passato: non li nominiamo, per carità, ma potremmo chiamarli collettivamente “La Compagnia del Fare… domani”. Hanno attraversato quasi tre decenni con la stessa agilità con cui un bradipo attraverserebbe un campo minato. Ogni volta che si presentavano al pubblico guardiese, giuravano che la rinascita commerciale era dietro l’angolo. Perché il declino del commercio locale non è una sorpresa: è una vecchia storia che si trascina da così tanto tempo che potrebbe avere una sua festa patronale. Ogni anno, da venti o trent’anni, un’amministrazione arriva trionfale promettendo rivoluzioni, rinascite epocali, piani straordinari. E ogni anno se ne va lasciando in eredità ciò che aveva trovato: strade deserte, locali sfitti e un’economia che respira quanto un pesce fuor d’acqua.

Nel frattempo, un quarto dei locali commerciali di Guardia resta sfitto. Da oltre un anno? No, scusate: da “oltre un decennio di idee mai realizzate”. Sono lì come mausolei dedicati alla Politica del Rinvio, location perfette per un film noir. Ogni vetrina polverosa racconta una storia: promessa fatta, promessa dimenticata, post celebrativo su Facebook, nessun cambiamento. L’unico settore che prospera davvero è quello dei cartelli “affittasi”. A Guardia ce ne sono così tanti che potrebbero essere dichiarati patrimonio culturale locale. I negozi che restano aperti fanno quasi tenerezza: resistono come soldati abbandonati in una guerra che nessuno combatte più. Ogni nuova chiusura è accolta dall’amministrazione di turno con la stessa espressione con cui si osserva una pianta morire: “Eh, peccato”. Poi si passa alla prossima riunione sul nulla.

Nel frattempo, Telese Terme ringrazia. Telese Terme, la Las Vegas del Sannio, dove i commercianti guardiesi emigrano con la stessa puntualità con cui il pubblico esce dal cinema quando capisce che il film è brutto.

A Telese apre ciò che a Guardia chiude. A Telese si investe dove a Guardia si discute. A Telese si innova dove a Guardia si inaugurano panchine. È quasi commovente, se non fosse tragico.

È diventata la capitale commerciale del territorio non perché abbia fatto miracoli, ma semplicemente perché non ha ripetuto gli stessi errori degli ultimi trent’anni. Mentre da noi si discuteva all’infinito su piani regolatori, riqualificazioni, tavoli tecnici, comitati, contro-comitati e “si vedrà”, Telese… apriva negozi. Semplice, lineare, quasi volgare nella sua efficacia.

Le amministrazioni guardiesi, invece, hanno sviluppato un talento straordinario: la gestione del tempo. Sono riuscite a far scorrere gli anni senza che un solo problema strutturale venisse affrontato in profondità. Un quarto dei locali commerciali è sfitto da oltre un anno? Perfetto, occasione perfetta per inaugurare l’ennesimo “progetto di rilancio” mai completato. Gli imprenditori scappano a Telese? Ottimo, così almeno abbiamo meno traffico. Le attività culturali scompaiono? Ma chi se ne accorge, tanto le manifestazioni di facciata bastano per fare post social pieni di entusiasmo.

E parlando di social: mai un comune è stato così efficiente nel pubblicare foto di eventi, tagli di nastro e passeggiate istituzionali per mostrare che “qualcosa si muove”. Certo, si muove… verso la chiusura. Le uniche attività che non soffrono la crisi sono quelle legate alle sagre, perfettamente orchestrate per ricordarci che “Guardia è viva”. Viva forse una settimana l’anno, il resto del tempo in coma farmacologico.

Poi c’è la questione del commercio online, usata come scusa universale. Ma è strano: in altri paesi le attività resistono, si reinventano, si spostano verso servizi moderni. Da noi, invece, la narrazione è che Amazon abbia misteriosamente scelto Guardia come campo di sterminio delle botteghe. Che coincidenza incredibile che questo sterminio sia avvenuto proprio mentre le amministrazioni locali non mettevano in campo nessuna strategia per rendere il paese attrattivo: zero politiche sul turismo, zero incentivi strutturati, zero visione, zero pianificazione economica. Però tante sedie occupate nei convegni.

Il risultato? Se non si cambia rotta, sparirà oltre un quinto delle attività rimaste. Ma tranquilli: c’è sempre qualche amministratore pronto a dire che “stiamo lavorando”. È la frase più longeva della storia politica locale: sopravvive a ogni mandato, a ogni cambio di casacca, a ogni campagna elettorale. Stiamo lavorando. A cosa? A questo punto la risposta più onesta sarebbe: a resistere finché il paese non si svuota completamente, così almeno il problema si risolve da solo.

La verità è semplice e amara: mentre i commercianti emigrano a Telese per sopravvivere, Guardia continua a vivere di autocelebrazione, di buone intenzioni mai trasformate in azioni, e di un passato che non ritornerà. In compenso, il presente lo conosciamo bene: serrande abbassate, strade vuote, progetti annunciati e mai realizzati, e un’economia urbana che si spegne come una lampadina difettosa.

Ma non disperiamo. Qualcuno dirà che basta avere fiducia. L’importante è non specificare in chi.