A Guardia Sanframondi, la politica ha smesso da tempo di essere l’arte di governare. È diventata, piuttosto, l’arte del galleggiare. Un esercizio di sopravvivenza tra promesse sfilacciate, selfie con tag istituzionali e proclami così vuoti da sembrare scritti con l’inchiostro simpatico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un teatrino di attori improvvisati che recitano il copione dell’impegno civico con la convinzione di chi non ha mai letto fino in fondo la propria parte.
C’è un che di tragicomico nella politica guardiese, riflesso fedele della scena nazionale. Qui, come a Roma, i ruoli si confondono: l’aspirante statista posa da influencer, il populista si atteggia a filosofo, il tecnico si scopre guaritore universale. Nel frattempo, la gente — quella che lavora, che si arrangia, che subisce — guarda la recita da lontano, oscillando tra disgusto e rassegnazione. Non perché non voglia più partecipare, ma perché non crede più che ci sia qualcosa per cui valga la pena farlo.
La non partecipazione, infatti, non è un capriccio. È una forma di difesa, quasi un gesto di dignità: l’unico modo rimasto per dire “no” a una classe dirigente che confonde la rappresentanza con la ribalta. A forza di chiamare “politica” ciò che è solo gestione del proprio piccolo potere, si è finito per svuotare il concetto stesso di bene comune. Oggi l’interesse collettivo è diventato un fastidio, un intralcio, un argomento scomodo da nascondere tra un aperitivo e un incontro conviviale.
Intanto, la gente — quella vera, che lavora, paga e osserva — si allontana dalla politica con la stessa diffidenza con cui si evitano i venditori di aspirapolvere alla porta. E come darle torto? Il cittadino guardiese, bombardato da slogan e promesse, ha capito che la politica locale è diventata una piccola fiera delle vanità, dove gli unici a fare affari sono gli ego gonfiati e le ambizioni personali travestite da “impegno civico”.
E così Guardia diventa il laboratorio perfetto della mediocrità: un microcosmo in cui l’improvvisazione è virtù, la superficialità talento, e l’incompetenza viene premiata come fosse creatività. Intanto, il paese attende un’idea — una sola, concreta, onesta — ma per ora arrivano solo chiacchiere, sorrisi e la consueta promessa di “un futuro migliore”, che suona più o meno come un avviso di lavori in corso: eterno, ma mai iniziato.
Eppure, Guardia non è sempre stata così. C’è stato un tempo in cui la parola “impegno” aveva un peso, e in cui anche le dispute più accese conservavano un senso di dignità e di misura. Oggi, invece, prevale la logica del “basta Esserci”, dell’apparire a ogni costo, del fare rumore per il gusto di farlo. Si discute di tutto e di niente, si promettono rivoluzioni a ogni cambio di stagione, ma la sostanza resta quella di sempre: un paese fermo, impantanato nella palude delle ambizioni personali e delle piccole vendette.
Il panorama politico guardiese è un mosaico confuso: frammenti di vecchie ideologie appesi come souvenir, moderati che moderano solo la coerenza, populisti in perenne stato di esaltazione, e una politica residuale che sopravvive per inerzia, come un mozzicone di sigaro acceso sotto la pioggia. Il tutto amalgamato da un linguaggio d’accatto, buono per i brindisi e per i post sui social, ma del tutto inadatto a trasmettere visione o serietà.
La verità è che la politica locale — e quella nazionale non è diversa — è caduta nella trappola dell’improvvisazione. Non conta sapere, ma saper dire. Non conta costruire, ma farsi notare. Non conta agire, ma apparire. La competenza è diventata un optional, la riflessione un difetto, la profondità un pericolo da evitare accuratamente. E così si procede a vista, tra slogan prefabbricati e frasi fatte, sperando che la gente non chieda troppo.
Ma la gente, lentamente, capisce. Capisce che dietro le chiacchiere si nasconde il nulla. Capisce che le soluzioni non arrivano perché nessuno sa davvero dove cercarle. Capisce che a forza di “campagne di ascolto” si è smesso di ascoltare. E quando capisce, si ritira. Non protesta, non si arrabbia nemmeno: semplicemente, si stacca. È il silenzio il vero atto d’accusa contro questa classe politica. Un silenzio che pesa più di mille comizi.
Eppure, non tutto è perduto. Nel fondo ancora pulito della società guardiese — tra chi lavora senza clamore, tra chi studia, tra chi sogna un paese migliore senza bisogno di slogan — c’è la possibilità di ripartire. Ma solo se si avrà il coraggio di dire le cose come stanno: che la politica non è un mestiere, ma una responsabilità. Che amministrare non è farsi notare, ma servire. Che la vera rivoluzione, oggi, sarebbe la normalità.
Guardia ha bisogno di tornare a respirare aria buona, di liberarsi dai teatrini e dai personalismi, di riscoprire la sobria bellezza della serietà. Ha bisogno di meno applausi e più idee, di meno proclami e più fatti. E forse, allora, potrà ritrovare quella parola dimenticata che un tempo faceva battere i cuori: fiducia.
Fino ad allora, lo spettacolo continua: stesse facce, stesse battute, stesso copione. Solo il pubblico, ormai, si è stufato di applaudire. Chest’è.