Tra qualche mese si voterà. E la domanda, più che politica, è poetica: un sogno per Guardia ce l’abbiamo ancora?

Guardia funziona, sì — le luci si accendono, le tasse si pagano, i servizi più o meno arrancano. Ma non sogna più. Dopo la stagione dei Riti, quel periodo in cui sembrava che tutto potesse succedere, la comunità si è lentamente seduta.

Funziona, ma gira a vuoto. Come una trottola stanca che non cade solo per abitudine.

Guardia cerca di restare a galla tra le difficoltà tipiche delle piccole realtà delle aree interne: la sostenibilità economica e ambientale, la scarsità di servizi, lo spopolamento. Ma ciò che davvero oggi le manca è una visione collettiva, un traguardo simbolico (e reale) attorno al quale tornare a riconoscersi e a mobilitarsi. Oggi persino le prossime elezioni non sembrano in grado di generare lo stesso entusiasmo. Non perché non contino, ma perché non rappresentano – almeno finora – una promessa di cambiamento vero. Oltre la scadenza elettorale non si vede ancora nulla, e questo è il sintomo più evidente di una comunità che si è fermata.

Una volta si respirava aria di futuro. Ora si sopravvive di manutenzione. Ci si occupa dei problemi concreti — la buca, l’illuminazione, l’acqua — e si chiama tutto questo “governare”. È vero: anche questo serve. Ma amministrare non è gestire un condominio, è costruire immaginario, direzione, appartenenza. E di tutto questo, a Guardia, oggi resta ben poco. Guardia non ha un orizzonte condiviso. Non ha un sogno da raccontare ai propri figli.

E la politica, in questo vuoto, si è trasformata in una piccola geografia di appartenenze e rancori, dove si discute più di chi sta con chi che di cosa si possa fare insieme.

E poi ci sono loro: i soliti noti. Quelli che si ripresentano puntualmente a ogni tornata elettorale come il tormentone dell’estate, cambiando magari alleati, ma mai sostanza. Quelli che promettono “discontinuità” dopo aver amministrato per decenni. Una danza delle sedie dove tutti si conoscono, tutti si sono già alleati e poi divisi, e dove l’unica vera novità è scoprire chi questa volta ha litigato con chi. Guardia non è un paese, è una soap opera a episodi, dove gli attori recitano sempre lo stesso copione ma con ruoli invertiti. E noi, poveri spettatori, dovremmo pure appassionarci alla trama.

I Riti sono stati, nel bene e nel male, un collante, un racconto collettivo. Dopo di loro, nulla ha saputo raccoglierne l’eredità. Le prossime elezioni amministrative non sembrano promettere una rinascita simbolica: sembrano, piuttosto, una partita di ritorno tra vecchie squadre, giocata in uno stadio mezzo vuoto. Eppure, Guardia non è una comunità “normale”, non può permettersi di esserlo. Non è la solita realtà dell’Appennino meridionale che si accontenta di gestire la sopravvivenza. È un luogo unico, che da secoli produce più identità di quanta ne possa consumare. Eppure oggi sembra sonnecchiare, come un vino buono lasciato troppo tempo in cantina. Serve una scossa, ma anche una visione. E — già che ci siamo — un po’ di autoironia, che non guasterebbe.

Sono tante le direzioni, tra le tante possibili, e qualche sogno, tanto per cominciare, che possono essere un punto di partenza. Per esempio, fare di Guardia un laboratorio di giovani e creativi, un luogo dove chi ha talento e fame possa fermarsi, inventare, sperimentare. Non il solito “paese per artisti” in chiave turistica, ma un piccolo ecosistema di menti e mani che producono idee, eventi, piccole imprese. Invece di lamentarci che i ragazzi se ne vanno, potremmo almeno provare a dar loro un motivo per restare. Un altro sogno: la viticoltura come spina dorsale di tutto, ma con uno sguardo nuovo. Non solo economia o prodotto di nicchia, ma linguaggio culturale, rete sociale, modello di sviluppo territoriale. La Falanghina non come bandiera di marketing, ma come modo di vivere un territorio. Poi ci sarebbe da pensare — perché no — a un festival permanente della Ritualità per raccontare cosa realmente sono i nostri Riti, o delle Idee, in cui non si inviti il solito professore a parlare a una sala semivuota, ma si provi a costruire ponti veri con chi altrove sta già reinventando l’Italia dei piccoli centri. E ancora: un patto intergenerazionale, che metta intorno allo stesso tavolo chi è rimasto e chi è tornato. Perché a forza di opporre “giovani” e “vecchi”, “nuovi” e “storici”, non ci si accorge che la ruota si è fermata per tutti.

Sogni? Certo. Ma la politica nasce per questo: per disegnare orizzonti, non per sistemare cartelli stradali. Se manca l’utopia, allora sì, può bastare un commissario: ma non è detto che un bravo commissario sappia anche farci credere in qualcosa.

La stagione dell’inerzia è finita. Guardia non può continuare a ripetersi “siamo”, come un mantra che serve solo a convincerci che va tutto bene. Serve tornare al “saremo”, verbo rivoluzionario nelle piccole comunità: saremo più giusti, più aperti, più curiosi, più vivi. Perché se una comunità smette di immaginarsi, comincia a morire. E noi non possiamo permettercelo. Non dopo tutto quello che abbiamo costruito, e soprattutto non con le possibilità che ancora abbiamo: umane, culturali, economiche. Bisogna invertire lo sguardo, immaginare nuove economie, nuove relazioni sociali, nuove istituzioni. Reinventare un progetto di relazioni tra aree interne. Per sopperire alla crisi del welfare, elaborando modelli energetici decentrati, praticando forme di nuova agricoltura che riportino in vita le biodiversità… Molti sono i segnali di reinsediamento, nuovi cittadini, forme inedite di turismo, l’arrivo di stranieri, la rigenerazione dei luoghi. Dove l’“esserci”, l’assunzione diretta di responsabilità, la presa in cura delle cose assumono dimensione pubblica e valenza politica. Nel frattempo, però, ci si consola con le belle iniziative di facciata: e non è un gioco di parole. Le “case a un euro” attirano l’attenzione dei media e qualche straniero coraggioso, spesso più innamorato del sogno italiano che consapevole del rischio di vedersi crollare il sogno addosso. C’è anche chi è andato alla ricerca di leggi ad hoc per permettere al Comune di acquisire al patrimonio le abitazioni pericolanti. Peccato che, una volta acquisite, restino tali: pericolanti, ma di proprietà comunale. Un avanzamento, si direbbe, almeno burocratico.

Guardia merita più impegno, ma anche più leggerezza, più sogni, più capacità di sognare insieme. Chi, alle prossime elezioni, saprà raccontare questo sogno — in modo credibile, non con slogan prefabbricati — sarà creduto. E forse votato, anche da chi oggi pensa che “tanto non cambia niente”. Io, per parte mia, aspetto di sentire chi avrà il coraggio di parlarci non solo di bilanci, ma di visioni. E se anche stavolta non succederà, se vincerà di nuovo la mediocrità, pazienza: andremo a cercare il sogno altrove, magari solo un po’ più lontano da qui.

Ma sarebbe bello, una volta tanto, non dover partire per sognare. Sarebbe bello tornare a sognare a Guardia.