Non c’è scampo. Siamo circondati da teste bianche, e non per via di un’improvvisa invasione di gabbiani: sono i nostri concittadini. Ovunque ti giri, un mare di chiome candide. È la nuova maggioranza silenziosa: basta una passeggiata domenicale per capire che Guardia è ufficialmente diventata una succursale di Shangri-La, descritto nel romanzo Orizzonte perduto, quel mitico regno dove il tempo si è fermato: solo che noi, invece di rimanere eternamente giovani, siamo diventati eternamente… maturi.

Chiamiamoci col nostro vero nome: vecchi. E siamo la maggioranza, come non era mai successo nella gloriosa storia millenaria di questo paese. Un record storico di cui andare fieri: abbiamo trasformato il paese in una versione geriatrica di Highlander. Ma invece di “ne resterà soltanto uno”, qui la regola è “ne restano solo i pensionati”.

I giovani? Se ne sono andati, naturalmente. Sono scappati verso lidi dove l’età media non richiede l’uso sistematico del passato remoto nelle conversazioni quotidiane. E i pochi ragazzi rimasti progettano la fuga come un rito di passaggio, e noi, invece di trattenerli, li salutiamo con un “Beati voi, andate finché potete”. Restano i figli rimasti a “badare ai genitori” – eufemismo elegante per dire “aspettare l’eredità” – e qualche illuso che crede ancora nel rilancio del borgo. La verità è che viviamo in un eterno presente senza eredi. Ci difendiamo dal tempo come possiamo: un lifting urbanistico qua, una vinalia là, un post nostalgico su Facebook (“Ah, i tempi in cui il paese era vivo!”).

E la politica? Anche quella, naturalmente, è in età da pensione. Le elezioni comunali somigliano sempre più a riunioni di un dopolavoro nostalgico, dove si discute con passione di ciò che non si farà mai. Gli stessi volti da decenni, le stesse promesse, le stesse foto in bianco e nero riciclate per i santini elettorali. I giovani che provano ad affacciarsi vengono accolti con benevola condiscendenza: “Avete tempo per capire come vanno le cose”. Peccato che, quando finalmente capiscono, di solito siano già andati via. I dati parlano chiaro: un terzo degli elettori non vota più. Forse perché non ci crede, forse perché ha smesso di vedere bene le schede. Non è astensionismo, è saggezza preventiva. Perché sprecare energie quando sai già che vinceranno comunque quelli che da almeno trent’anni promettono sempre le stesse cose? Si evita la fatica di illudersi ancora. E poi, in fondo, a che serve votare, se tanto i giovani se ne vanno e i vecchi restano?

È la perfetta metafora di Guardia: una comunità che invecchia e si contempla allo specchio, sperando che la ruga nuova sia solo un riflesso della luce. Il disincanto regna sovrano: non crediamo più alla vita in questo paese (troppo faticoso crederci) e tantomeno alla politica. I cambiamenti? Li aspettiamo rigorosamente in peggio, così se per caso vanno bene, è una piacevole sorpresa.

Il bello è che siamo una comunità di vecchi che ancora vuole decidere il futuro del paese. Un futuro che, per ovvie ragioni anagrafiche, molti di noi vedranno solo dalla prospettiva privilegiata dell’aldilà. Ma questo non ci ferma: discutiamo animatamente di progetti ventennali, di sviluppo sostenibile, di visioni strategiche. Con l’entusiasmo di chi sa che, nel peggiore dei casi, il problema sarà di qualcun altro.

Certo, siamo vecchi moderni, gagliardi, imparagonabili coi nostri nonni che invecchiavano con dignità e rassegnazione. Noi no: noi facciamo pilates, cantiamo una volta a settimana insieme nello stesso coro, ci tingiamo i capelli, mettiamo jeans attillati che farebbero impallidire il modello africano di Armani. Siamo “vecchiaie bloccate”, mezze età prolungate all’infinito come una serie Netflix che non sa quando finire.

La teoria dice che con la senilità si diventa più leggeri, si ridimensiona l’importanza delle cose mondane. Teoria bellissima. La pratica a Guardia dice altro: qui la vecchiaia ha generato un attaccamento ai beni materiali che farebbe impallidire Paperon de’ Paperoni. Avarizia radicale, prima insospettata. Il terrore di morire trasformato in ossessione patrimoniale. Discussioni infinite su conti correnti, eredità, donazioni. “Non s’invecchia bene”, direbbero i filosofi. Ma noi a Guardia abbiamo trasformato l’invecchiamento in sport agonistico: vince chi accumula di più e muore per ultimo.

Ah sì, dovrebbe esserci anche l’altro tipo di vecchiaia: quella saggia, contemplativa, quella del “dolce distacco dalle premure della vita”. Quella dei vecchi che piantano viti di Barbera per i posteri, che passano il testimone con grazia, che chiudono in bellezza il cerchio della vita. A Guardia questi esistono, giuro. Li ho visti. Sono quelli seduti davanti al Municipio che guardano lontano con occhi colmi di serenità interiore. Oppure – e questa è l’ipotesi più probabile – si sono semplicemente dimenticati gli occhiali a casa e non riescono a mettere a fuoco.

Dicono i saggi: “La vita va accettata in tutte le sue stagioni”. Splendido. A Guardia abbiamo accettato talmente bene la nostra stagione autunnale che l’abbiamo trasformata in condizione permanente. È come un eterno novembre: fa freddino, piove malinconia, e tutti aspettano che arrivi l’inverno definitivo ma nel frattempo si lamentano del clima. Certo, la vecchiaia non è solo decadenza: è anche saggezza, si dice. Ma qui la saggezza si è trasformata in una forma di inattività illuminata: osserviamo il mondo cambiare da lontano, con l’aria di chi la sa lunga ma senza la minima intenzione di fare qualcosa. È una filosofia pratica: meno si fa, meno si sbaglia.

“Amor fati”, diceva Nietzsche: sempre a proposito di filosofia. Amore del destino. Noi a Guardia lo pratichiamo quotidianamente: amiamo il nostro destino di paese-casa di riposo a cielo aperto, lo abbracciamo con la stessa passione con cui ci attacchiamo al corrimano delle scale. Dove il futuro è un ricordo e il passato è l’unico argomento di conversazione. Dove la politica è un dibattito tra chi ricorda come stavamo meglio quando stavamo peggio e chi ricorda quando stavamo peggio di come stiamo adesso ma almeno avevamo prospettive. Un paese che ha trasformato l’invecchiamento demografico in manifesto esistenziale. Un luogo dove le “ultime cose” non sono più metafora filosofica ma pianificazione concreta: ultime volontà, ultimi sacramenti, ultimo tentativo di cambiare il testamento.

Eppure, in tutto questo, c’è un che di poetico. Forse è vero che si diventa più leggeri, più distaccati, più essenziali. Guardiamo le cose con calma, dall’alto della nostra panchina. Ci accontentiamo di piccole consolazioni: il sole del pomeriggio, il profumo del mosto, la consapevolezza che tanto, alla fine, saremo ricordati come “quelli che hanno resistito”.

Benvenuti a Guardia Sanframondi, monumento vivente al tempo che passa: paese-museo, con gli abitanti come custodi di sé stessi. Capitale Europea della Terza (e Quarta) Età. Popolazione: in calo. Età media: in aumento. Speranza: in dismissione. Ironia: unica risorsa rimasta.