Da anni sostengo che l’unica soluzione rimasta per tentare di salvare Guardia sia un sindaco-commissario. Non un funzionario qualunque, ma un commissario ultramoderno nel sapere e medievale nei metodi. Perché qui, ormai, la misura è colma. Guardia è diventata una comunità incurabile e ingovernabile, impossibile da vivere, dove il più diffuso desiderio dei cittadini non è migliorare: ma andarsene.

Oggi, i guardiesi in fondo si dividono in quattro categorie. C’è chi dice di volersene andare ma non lo farà mai, perché la sua è solo lagna da bar, sfogo da social, lamentela di rito. Poi c’è chi vorrebbe davvero andarsene ma non può, intrappolato tra impicci familiari e obblighi di lavoro: vivono da prigionieri rassegnati, cittadini forzati di un paese che non amano più. Ci sono poi quelli che provano ad andarsene, fanno qualche tentativo ma non riescono; si fermano a metà strada, magari in un paesone vicino — Telese, per esempio — così da restare comunque sotto l’alone magnetico di Guardia. E infine ci sono i pochi che se ne vanno sul serio, quelli che riescono davvero a tagliare il cordone.

Io, se vi interessa, sono in cammino tra la terza e la quarta categoria. Tutte le strade per me oggi portano fuori da Guardia. E lo dico con dolore, perché Guardia, per me guardiese di nascita — dalle parti della Fontanella, dicono — è stata a lungo un proposito, un sogno, quasi una missione. Venendo da Roma, per me Guardia era davvero Caput Mundi. Eppure oggi, dopo anni di illusioni, non ci si può più vivere. Non bastano più le imprecazioni: occorre prenderne atto. Prendere atto del declino di un paese.

Bisognerebbe scrivere la storia dettagliata di questo degrado, partire dall’inizio del millennio e raccontare come, in un quarto di secolo, Guardia si sia lentamente smontata pezzo dopo pezzo. E la responsabilità maggiore ricade proprio sulla classe politica locale: quella stirpe di amministratori che si sono succeduti come in una staffetta del disastro, passandosi il testimone dell’incapacità con impressionante continuità. Sindaci che promettevano rivoluzioni e hanno consegnato stagnazione. Eletti per clientela più che per competenza. La politica guardiese è diventata un teatrino autoreferenziale, dove gli stessi nomi circolano da decenni. Dove chi vince governa come un feudatario e chi perde non fa mai una proposta seria, un’idea nuova, una visione che vada oltre il campanile. E intanto il paese affonda. Perché quando la politica locale diventa solo una questione di spartizione — di posti, di favori, di piccoli privilegi — allora nessuno si occupa più del bene comune. Nessuno ha più il coraggio di dire no, di alzare la voce, di rompere con le logiche che hanno portato Guardia dove si trova oggi. Anche se, a ben vedere, i guardiesi da soli basterebbero a spiegare tutto: la malamministrazione, il caos, la monnezza, i rumori, le cavallette che assaltano ogni angolo del paese.

Guardia vive ormai nel suo maldiddio, rovescio perfetto del bendiddio che pure possiede: colline, luce, bellezza, aria, vino. Le sue feste — le vinalie, le sbornie, la mangeria estiva — servono solo da analgesico: un modo per anestetizzare il dolore, per non vedere la ferita aperta nel suo cuore pulsante. E intanto la “civiltà del rifiuto” diventa rifiuto della civiltà: segno tangibile di un disordine morale prima ancora che urbano. Eppure, tra tanta decadenza, Guardia continua a offrire i suoi risarcimenti. Giornate di sole glorioso, serate estive magiche, panorami che strappano un sorriso anche al più arrabbiato dei suoi figli. Magnate memorabili, squarci di simpatia e di calda umanità, lampi di bellezza che ti fanno quasi pentire di aver pensato di fuggire. Ma poi basta scendere in strada, una discussione, un gesto arrogante, e la disillusione torna. È come se Guardia ti accarezzasse e ti respingesse insieme: avvolgente e corrompente, irresistibile e tossica.

Io, ormai, ho smesso di sperare nella salvezza di Guardia. Il mio problema, oggi, è salvarmi da Guardia. Lasciare la redenzione del paese nelle mani della sua Protettrice: e a noi, che eterni non siamo, non resta che prepararci alla fuga. Magari senza chiudere del tutto i conti: lasciando un piede dentro, un pied-à-terre, una finestra socchiusa per tornare di tanto in tanto. Nella folle speranza che arrivi, prima o poi, un sindaco-straniero, magari giapponese, uno di quelli che imbraccia la katana, la spada giapponese a due mani. E che, invece di agitarla nell’aria, sappia brandirla ad altezza d’uomo.

Anche se, conoscendo Guardia, c’è sempre il rischio che pure il sindaco-samurai — una volta entrato nel paese — finisca per arrendersi. O peggio: per diventare uno di loro.