Sto per scrivere qualcosa di lungo, scomodo e che forse pochi leggeranno fino in fondo, che nulla ha a che fare con Guardia. Ma sento che tacere, a questo punto, equivarrebbe a essere complice. La mia è solo una voce, una tra tante, ma se anche una sola coscienza si fermasse a riflettere, ne sarebbe valsa la pena.
Si parla di Gaza, di pace, ancora una volta. Si parla di “piani di ricostruzione”, di “nuovi equilibri”, persino di “speranza”. Un piano di pace che, nella migliore delle ipotesi, sembra scritto da chi non conosce né la storia, né la rabbia, né la disperazione di chi in quei territori vive e muore ogni giorno. Stavolta, a proporlo, è stato l’ex presidente americano Donald Trump. Oggi nella Striscia di Gaza non c’è nulla. Solo polvere, macerie, traumi e una disperazione incrostata nella pelle. Parlare di pace a chi ha perso casa, famiglia e futuro è un’offesa alla dignità umana. E pretendere che questa stessa popolazione accetti una “normalizzazione” fatta di controlli asfissianti, passività forzata e obbedienza totale, significa proporre una resa incondizionata travestita da pace. Chi ha conosciuto il dolore vero non dimentica facilmente. E quando la giustizia manca, quando i crimini restano impuniti, la rabbia diventa veleno. E quel veleno, prima o poi, esplode. Magari nel modo peggiore, contro bersagli sbagliati, in una spirale di vendetta cieca. Ma chi può davvero sorprendersi?
In questa storia, però, ci sono dettagli che ancora gridano per essere chiariti. Il 7 ottobre resterà una ferita aperta, ma anche un mistero inquietante. Centinaia di miliziani armati, ben coordinati, hanno aggirato — senza incontrare resistenza significativa — quello che viene descritto come uno degli eserciti più tecnologicamente avanzati del pianeta. Nessun drone, nessun sensore, nessuna pattuglia ha reagito per oltre sette ore. Sette ore. Com’è possibile che l’intelligence israeliana — famosa per la sua efficienza chirurgica — non abbia previsto nulla? Come si spiega un blackout di sicurezza in un fazzoletto di terra monitorato fino all’ultimo millimetro? La domanda è lecita. Lo scetticismo, inevitabile. Eppure nessuno sembra volerci davvero rispondere. Anzi, si pretende che si continui a credere ciecamente.
Nel frattempo, a questi stessi apparati è affidata anche la cybersicurezza di alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia. Nessuna revisione, nessuna revoca. Ma allora chi sono davvero gli ingenui?
Qualche giorno fa si parlava della flotilla umanitaria diretta verso Gaza come di una follia destinata al fallimento. In effetti, considerando il contesto attuale, pensare di superare un blocco navale con aiuti è un atto quasi simbolico. Ma chi ricorda il 7 ottobre sa che le certezze possono crollare da un momento all’altro, anche le più solide. Chi dice “è impossibile” dimentica troppo in fretta. La verità è che oggi il mondo occidentale si accontenta di narrazioni superficiali, prefabbricate. La gente legge i titoli, si indigna per un attimo, poi torna alla normalità. E chi osa dubitare viene etichettato: “filo-qualcosa”, “contro-qualcos’altro”, come se non esistesse più il diritto di pensare con la propria testa.
Il piano di Trump, così com’è, non è pace. È un compromesso irrealistico che non tiene conto né del dolore palestinese, né delle paure israeliane. Non è un ponte, ma un’illusione. Dopo quanto accaduto, parlare di convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi è un sogno. E lo è ancora di più se si pretende di costruirlo ignorando la giustizia, la verità, e la memoria. Eppure continueranno a raccontarcela. C’è da scommetterci: qualsiasi sia l’esito, ci verrà raccontato come una vittoria. Ci verranno consegnate foto, dichiarazioni, stretta di mano in mondovisione. Forse persino un Nobel. E mentre ci illuderanno con la pace, la macchina della guerra continuerà a girare. Perché conviene, perché serve, perché qualcuno ci guadagna sempre. Nel frattempo, chi chiede meno armi e più diplomazia viene ridicolizzato. Anche quando è lo stesso Trump ad aver avviato la corsa al riarmo europeo che oggi molti gli chiedono di fermare. Ma in fondo, che importa? L’importante è crederci. O far finta di crederci.
In conclusione: scrivere tutto questo – senza parlare necessariamente di Guardia – è stato un atto necessario, non comodo. Non cambierà il corso degli eventi, forse non farà nemmeno riflettere. Ma non scriverlo sarebbe stato peggio. Perché il silenzio, oggi, non è più neutralità: è complicità.