Ah, Guardia Sanframondi. C’è chi la conosce per il vino, chi per i Riti secolari, e chi – come noi – per la politica locale, un vero laboratorio sociologico dove la scienza si arrende e la satira prende appunti frantumando la tastiera dalle risate. Siamo a pochi mesi dalle elezioni amministrative, ma l’aria in paese è calma. Troppo calma. Così calma che in confronto l’ultimo consiglio comunale sembrava un’assemblea rivoluzionaria del ’68. Nessun grande fermento, nessuna nuova proposta visibile, solo il classico copione che si riavvolge come un film in versione democristiana anni ’80.

In una famosa barzelletta, quattro chirurghi discutono dei pazienti più facili da operare. Il primo dice: “I matematici, perché hanno tutti gli organi numerati”. Il secondo preferisce gli elettricisti: “Tutti gli organi sono codificati in vari colori”. Il terzo sceglie i bibliotecari: “Hanno gli organi classificati in ordine alfabetico”. Il più anziano sorride: “Macché, i migliori sono i politici: non hanno cuore né cervello né spina dorsale, ma soprattutto la faccia e il culo sono intercambiabili”. Siccome anche a Guardia le barzellette sono profezie che prima o poi si avverano ecco comparire all’orizzonte (con un discreto anticipo, va detto) le prime timide candidature a sindaco. Qualche giovane ci prova, propone, scrive, si espone: e per questo già qualcuno lo guarda con l’occhio tipico del “ma chi glielo fa fare?” misto al “ma questo chi se lo crede di essere?”. Perché qui, si sa, l’audacia di avere idee nuove è vista come una forma di presunzione giovanile da curare con una bella dose di rassegnazione senile. Poi, naturalmente, c’è il sindaco uscente, che con il suo stile sobrio e la sua abilità sopraffina nel non dare troppo nell’occhio (una vera arte, bisogna riconoscerlo), pare intenzionato a ricandidarsi. Non lo ha ancora detto chiaramente, ma il tono è quello di chi è già pronto a “dare continuità al lavoro svolto”, che – tradotto dal politichese – significa: “ricandidiamoci va’, che tanto l’alternativa credibile è latitante come la neve ad agosto”.

Ma attenzione, il colpo di scena arriverà, come sempre, nelle ultime 2 ore utili prima della scadenza dei termini: la chiamata rituale al vero highlander della politica guardiese, colui che – anche se apparentemente defilato come un monaco tibetano, viene sempre evocato all’ultimo momento con toni da profezia biblica: “Solo lui ci può salvare!”. La leggenda metropolitana (o meglio, paesana) narra che ogni volta risponda con una finta esitazione degna di un attore del Teatro Sistina, per poi ritrovarsi puntualmente come candidato sindaco con la sorpresa di chi trova una banconota da 50 euro in una giacca dimenticata. Un’epifania democratica che ormai ha del mitologico, una specie di Batman locale che esce dalla Bat-caverna solo quando il segnale di soccorso illumina il cielo di Guardia.

E le alternative? Ecco l’aspetto più tragicomico della vicenda, degno di una sit-com scritta da Beckett dopo una sbronza: negli ultimi decenni ci sono stati tentativi di costruire una terza via, magari con volti “nuovi”, “giovani”, “della società civile” (come si usa dire quando si vuole dire tutto e niente, tipo “prodotto naturale” sulle merendine industriali). Ma anche lì, dopo i primi entusiasmi da luna di miele politica, si torna subito alla realtà cruda come uno schiaffo gelido: i volti “nuovi” in realtà hanno già fatto due, tre mandati in passato (solo con giacche diverse e qualche capello in meno), e dopo un paio di riunioni a vuoto – dove si discute del sesso degli angeli mentre il paese ha bisogno di San Michele Arcangelo, si capisce che confluiranno inevitabilmente in una delle due liste principali. Più che alternative politiche, sembrano comparse teatrali che cambiano costume tra un atto e l’altro dello stesso spettacolo, con la regia sempre nelle stesse mani esperte. Il tutto mentre in paese si respira quel sottile ma impenetrabile clima di diffidenza per chi osa criticare, analizzare, o semplicemente farsi qualche domanda senza il permesso scritto del pensiero unico locale. Provate a dire al bar che forse sarebbe il caso di cambiare passo: in cinque minuti vi ritrovate addosso lo sguardo torvo degli ultra della continuità e l’etichetta di “elemento divisivo”, come se foste untori in tempo di peste. In certi casi addirittura “contro Guardia”, che ormai è l’accusa preferita contro chi osa pensare che si possa fare politica per il paese e non solo per mantenere qualche sacro equilibrio familiare-elettorale tramandato di padre in figlio come una reliquia benedetta. Una specie di scomunica laica per chi ha la sfacciataggine di credere che la democrazia non sia un gioco a somma zero tra clan.

Insomma, tutto merito di pseudo-politici senza cervello e con il culo al posto della faccia che considerano la popolazione guardiese una variabile indipendente da tenere buona con qualche promessa elettorale e poi da dimenticare religiosamente fino alle prossime elezioni. Come clienti di un ristorante che si accontentano sempre dello stesso menù scadente perché “almeno si sa cosa si mangia”.

E allora, la domanda è sempre la stessa, martellante come un tormentone estivo: è mai possibile che in un paese di quasi 5000 abitanti – una popolazione che potrebbe riempire un piccolo stadio – non ci sia un ricambio vero? Non ci sia un gruppo di persone capace di dire “basta con questo teatrino dell’assurdo, rompiamo le scatole a questo sistema e costruiamo qualcosa di diverso”?

Forse no. Forse Guardia è condannata a questa dicotomia eterna, dove si vota “per esclusione” come si sceglie il male minore dal menu di una tavola calda, e non “per convinzione” come dovrebbe essere in una democrazia che si rispetti. Ma finché ci sarà chi crede che il confronto politico sia un problema da evitare e non una risorsa da coltivare, finché prevarrà la mentalità del “non si cambia una squadra che vince” (anche quando la squadra è retrocessa da anni), la musica non cambierà.

Al massimo cambierà l’ordine dei nomi in lista, come le carte di un mazzo truccato. Ma il finale, quello, già lo conosciamo: sarà sempre la solita commedia dell’arte, con le stesse maschere e gli stessi copioni, mentre il pubblico – quello vero, i cittadini – continua a pagare il biglietto sperando in uno spettacolo che non arriva mai.