C’è una parola che si dice spesso, quasi con leggerezza, come fosse semplice: paese. Ma dire “paese” è evocare molto di più di un luogo sulla carta geografica. È far emergere una memoria collettiva, una dimensione dell’anima. E quando quel paese si chiama Guardia Sanframondi, allora le parole si fanno lente, si caricano di emozione, perché qui ogni pietra racconta, ogni strada conosce il silenzio e la voce della storia.
Nel cuore del suo centro storico, tra scalinate e salite, tra case di pietra e antichi palazzi abbandonati eppure vivi, si respira un’atmosfera che non ha eguali. È un tempo sospeso, rarefatto, che sembra trattenere qualcosa che altrove è già stato perduto. Camminare per quei vicoli è come attraversare una preghiera sussurrata: si avverte la presenza di chi c’era, di chi è partito, di chi c’è, di chi ancora resiste con ostinata fedeltà a un’identità fatta di piccole cose e di grandi misteri.
Ma è nei suoi Riti Settennali di penitenza che Guardia rivela il suo volto più profondo, più autentico, più struggente. Ogni sette anni, in un crescendo di attesa e commozione, il paese si trasforma. I rioni sfilano con passo cadenzato, la statua della Madonna viene portate in processione tra canti e lacrime, e i battenti attraversano le strade in un rituale che commuove, spiazza, avvolge. Non c’è spettacolo, non c’è esibizione: c’è fede, dolore, invocazione. E un senso del sacro che è difficile da spiegare a chi non l’ha mai vissuto. Per i guardiesi, questi riti non sono folclore. Sono memoria viva, sono sangue e cuore, sono un legame con chi non c’è più, con le generazioni che hanno faticato, pregato, resistito. Il paese intero si stringe in un abbraccio invisibile ma potentissimo, dove ogni famiglia ha una storia da raccontare, una lacrima da versare, una grazia da chiedere o da restituire.
Guardia ha un’arma potentissima che altri paesi non hanno: l’aura dell’eccezionalità. È un luogo che ha una storia, un “nome (e pure un cognome)” – e un alone – che richiama qualcosa di remoto, rituale, profondo. Ma questa forza simbolica va trasformata in proposta culturale nuova, selettiva, di livello. Non turismo di massa, ma turismo di “senso”. Lavorare a un evento come il “Festival del Rituale” significa dare “senso” a questa civiltà. Forse è vero che con la globalizzazione molte particolarità si sono perdute, che i paesi tendono ad assomigliarsi, che le differenze culturali si assottigliano. Ma basta passare una sera d’estate nel centro antico, con le luci fioche che accarezzano le mura secolari, per capire che un paese, se lo ascolti davvero, non muore mai. E forse, in fondo, siamo noi ad aver bisogno di ritornare a lui. Per ritrovare chi siamo. Certo, Guardia non è sola in questa traiettoria. I paesi d’Italia – dal Trentino alla Sicilia – hanno conosciuto la stessa parabola: la fatica, la miseria, poi l’emigrazione, la modernità, l’omologazione culturale. Le antiche differenze si assottigliano, le parole dialettali si perdono, i riti si svuotano di senso o diventano spettacolo. È un depauperamento culturale simile, in fondo, a quello che ha colpito la biodiversità naturale: ciò che è raro, prezioso, specifico, scompare. E con esso, un modo di essere nel mondo. Ma non tutto è perduto. Finché c’è chi torna, chi viene a viverci, chi ricorda, chi scrive, chi cerca nel volto del proprio paese una verità antica, allora qualcosa sopravvive. Guardia è ancora lì, come un libro aperto a metà. E a noi spetta il compito di finirlo di leggere, o forse di scriverne un nuovo capitolo. Con malinconia, sì, ma anche con amore.
Oggi invece Guardia si anima solo grazie all’impegno e alla visione della comunità straniera che vive qui. Si anima grazie a un piccolo evento, il Festival Internazionale delle Arti e della Cultura. Dieci giorni di convivialità, arte, bellezza, musica, incontri e apertura al mondo. Eppure, come spesso accade, chi in cinque anni non ha mosso un dito si affretta ora a metterci il cappello istituzionale, tentando di appropriarsi di qualcosa che non ha ideato, promosso né sostenuto. È paradossale – e profondamente scoraggiante – vedere come un’amministrazione comunale incapace di valorizzare il territorio con progetti propri, sia sempre pronta a salire sul carro del lavoro altrui, soprattutto quando questo lavoro proietta Guardia oltre i propri confini. Onore a chi ha costruito questo spazio culturale dal basso, con spirito internazionale e visione aperta. Guardia ha bisogno di questo: non di passerelle istituzionali, ma di vera progettualità, sostegno e collaborazione. Perché ogni cambiamento parte anche da qui: dal riconoscere chi fa davvero qualcosa per questa terra. Una terra figlia di una civiltà contadina che ha conosciuto la durezza della terra, la fatica quotidiana, ma anche la dignità del lavoro onesto. La capacità di cavare vita anche dove sembrava non essercene. Quella stessa civiltà che oggi è a rischio di scomparsa, spazzata via dall’impreparazione, dall’emigrazione, dall’omologazione, dalla frenesia del mondo moderno. Eppure, in ogni guardiese che torna, anche solo per un’estate o per una festa, c’è qualcosa che resiste. Un filo che non si spezza. Come scriveva Silone, i contadini poveri – i cafoni – “sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé”. E Guardia è tutto questo: una nazione interiore, fatta di orgoglio, sofferenza, speranza. Di crocifissi portati a spalla e volti segnati dal sole e – perché no – dalla fede.
Come si diceva, di paesi in Italia ce ne sono migliaia, ognuno con una storia, un accento, un campanile che racconta secoli. Alcuni — grazie alla spinta del marketing territoriale, alla forza di un prodotto tipico o al passaggio di una celebrità — sono saliti alla ribalta. Altri, invece, restano in una sorta di limbo culturale: ricchi di identità, ma poveri di narrazione pubblica. È il caso emblematico di Guardia, sconosciuta ai più eppure straordinariamente densa di significato. Un paese unico, eppure invisibile. Chiunque negli ultimi anni abbia assistito ai Riti Settennali di Penitenza non può che restarne segnato. Sono soprattutto questi riti, le processioni, il senso del sacro delle persone a tenere ancora vivi i paesi che conoscono un forte spopolamento. È qualcosa che non esiste altrove in Italia, né in Europa. Eppure, Guardia non è nei circuiti turistici principali, non è menzionata nelle guide blasonate, né appare in mappe dei “borghi simbolo” del Paese.
Accanto a questo, Guardia è anche terra di vino: le vigne dell’Aglianico e della Falanghina si allungano tra i suoi declivi, in una zona sempre più riconosciuta a livello enologico, ma ancora orfana di un vero racconto coordinato. E allora sorge la domanda inevitabile: perché un paese con simili peculiarità non è ancora considerato parte del “patrimonio immateriale” riconoscibile dell’Italia profonda? Eppure basta guardare alcuni esempi: paesi più piccoli di Guardia, sono diventati sinonimo mondiale d’eccellenza, entrati nell’immaginario collettivo grazie a eventi simbolici. Altri sono oggi un nome associato a spiritualità. Altri ancora per via della forza mediatica trasformati in icona grazie a un’efficace strategia UNESCO-turismo-servizi… In tutti questi casi, il comune denominatore è una narrazione chiara, un’identità comunicata con forza e — spesso — il supporto di istituzioni, stampa, media e imprenditoria locale…
Guardia, pur avendo il patrimonio dei Riti, non ha mai avuto e non ha questo percorso. I motivi – si dirà – sono noti e sono molteplici. Mancanza di una promozione turistica strutturata: il paese è fuori dalle rotte classiche della Campania (costiera, Napoli, Caserta). Assenza pressoché totale di strutture turistiche. Assenza di una strategia di comunicazione moderna, capace di tradurre la ricchezza locale in contenuti fruibili, condivisibili, emozionanti. Sottovalutazione del proprio potenziale, anche da parte della comunità locale, ancora legata a una visione più intima e riservata del proprio patrimonio religioso. Scarso coinvolgimento dei media nazionali, che spesso rincorrono solo le mete “di tendenza”. Ma soprattutto inerzia politica o istituzionale, che ha fatto mancare quei progetti sistemici che in altri borghi hanno fatto la differenza.
Cosa manca, allora? Guardia non manca di identità. Manca piuttosto di strumenti. Di una strategia. Di una regia. Manca la capacità (o volontà) di raccontarsi all’esterno, in modo coordinato e credibile. Manca forse una visione che unisca cultura, spiritualità, turismo e sviluppo sostenibile. In parole povere: manca il marketing territoriale, inteso non come spot pubblicitario, o come clip sui social, ma come racconto consapevole del proprio valore.
Cosa occorre fare? Se davvero si vuole vedere Guardia Sanframondi entrare in quella mappa ideale dei luoghi-simbolo d’Italia — come Matera per i Sassi, ecc… — serve un percorso integrato, che intanto potrebbe passare per: la Candidatura dei Riti Settennali a patrimonio immateriale UNESCO (un percorso lungo, ma realistico). Guardia custodisce un evento unico in Italia e tra i più intensi d’Europa. Evento che ha già attirato attenzione internazionale, dal fortissimo valore antropologico, spirituale, folklorico. Inserito in un territorio vinicolo in forte crescita, con ottime espressioni di Falanghina e Aglianico. Con una presenza di artisti, laboratori, e un interessante movimento di stranieri (soprattutto americani) che stanno acquistando e ristrutturando case nel borgo. Castello, chiese, scorci storici autentici. Partnership con università, giornalisti, documentaristi, per studiare, divulgare, interpretare ciò che già esiste.
Non si tratta di diventare “famosi”, ma di essere riconosciuti. Il punto non è il turismo di massa. Né l’invasione dei selfie. È il riconoscimento. È permettere a un paese che da secoli coltiva un rapporto profondo con la fede, con il tempo e con la terra, di avere voce nel racconto dell’Italia che conta.
In un’epoca in cui tutto è contenuto, Guardia Sanframondi è sostanza. Serve solo qualcuno che lo dica. Serve che il paese stesso cominci a crederci davvero.