Viviamo in un tempo senza certezze. Un periodo in cui la realtà sembra frammentarsi in mille interpretazioni contrapposte, dove la verità è merce rara e la guerra – un tempo confinata alla memoria storica o ai margini del mondo – si riaffaccia come un’ombra concreta, presente, perfino “normale”.
Un periodo pericolosissimo, purtroppo ormai radicato nella società odierna, quello che potremmo chiamare la polarizzazione del consenso. L’omicidio del giovane attivista conservatore americano ha semplicemente evidenziato la cosa; basta farsi un giretto neanche troppo approfondito su Facebook per notare due fazioni che, tramite video, foto o frasi estrapolate della vittima, santificano o demonizzano il soggetto in questione. La polarizzazione del consenso, io la chiamo così ma credo esista un termine più appropriato, si compone di due fattori basilari: un concetto condivisibile e l’identificazione di un nemico; il concetto condivisibile può essere di natura biologica, come l’idea di famiglia tradizionale o la salvaguardia dell’ambiente, spirituale come la fede o la libertà senza vincoli, sociale e culturale con vari esempi che non starò ad elencare per non risultare troppo prolisso; l’identificazione del nemico nasce dall’estremizzazione di ciò che gira attorno al concetto condivisibile, come il razzismo figlio di una presunta e subdola supremazia, e consiste nell’imposizione coercitiva di quel concetto per renderlo insopportabile alla fazione opposta. La paura che una delle due ideologie prenda il sopravvento fa sì che chi si identifica con l’altra accetti qualunque forzatura, come una sorta di pacchetto completo, senza porsi domande o avanzare perplessità. L’identificazione si finalizza attraverso slogan, rituali, gesti, soluzioni. Paradossalmente una fazione reputa l’altra un gregge, non rendendosi conto di essere praticamente la stessa cosa.
Ma a che serve tutto questo? È un fenomeno naturale? Assolutamente no, ogni cosa è sapientemente orchestrata per racchiudere ampi segmenti di popolazione in recinti ben delimitati e da lì controllarli senza sforzo alcuno. Basta solo pronunciare alcune parole chiave per attirare il target diventandone agevolmente un punto di riferimento, così da esercitarne il controllo per i propri scopi: denaro e potere, come sempre. L’attivista ucciso era solo un influencer in procinto di scalare la piramide, non so quanto consapevole del gioco o genuinamente ingenuo. Allo stesso modo l’assassino poteva essere solo un esasperato mitomane o il sicario terminale di un disegno più ampio, ma l’ingranaggio ormai rodato si muove praticamente da solo.
Oggi c’è un’aria pesante sull’Occidente e sull’Europa. Un senso di decadenza mascherato da modernità, di fragilità sotto la retorica della forza. I droni che sorvolano lo spazio aereo tra Bielorussia e Polonia non sono solo “incidenti”, ma simboli. Segnali di un mondo che si avvicina pericolosamente al punto di rottura. In passato, parlare di terza guerra mondiale suonava come un delirio. Oggi, non è più un’utopia. A preoccupare non è solo l’espansione militare o l’instabilità geopolitica, ma un altro fronte, più subdolo: la divisione sistematica della società in fazioni contrapposte.
Chiamatela polarizzazione del consenso o ideologica, tribalismo politico o “guerra culturale”. Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da un valore condivisibile – la famiglia, la fede, la libertà, la giustizia ambientale – e si costruisce attorno a quel valore un’identità granitica. Il dissenso non è ammesso. Chi non aderisce, diventa automaticamente il nemico. Sui social come nelle piazze, la complessità viene ridotta a slogan, gesti, rituali. Non si discute più per capire, ma per vincere. E in questa logica binaria, ogni fatto viene deformato per rafforzare la propria narrazione. L’assassinio di un giovane attivista conservatore negli Stati Uniti, ad esempio, non è stato vissuto come una tragedia umana, ma come occasione per marcare il territorio ideologico. Santificato da una parte, demonizzato dall’altra. Nessuno spazio per la riflessione, solo propaganda.
Sembra quasi di vederli, due strateghi chiusi in una stanza, che muovono le masse come pedine su una scacchiera. Non c’è bisogno di prevalere: vincono entrambi finché la gente resta divisa, schierata, prevedibile. La domanda che sorge spontanea allora è: a chi giova tutto questo? La risposta, per quanto semplice, è inquietante: a chi vuole controllo, potere, denaro. In un mondo dove la paura regna sovrana, è facile giustificare l’aumento delle spese militari, la compressione dei diritti, la costruzione di nuove alleanze artificiali o il ritorno del servizio di leva. È facile indirizzare l’opinione pubblica verso una nuova “inevitabile” guerra.
Torniamo ai droni in Polonia. È lecito porsi delle domande. Perché un attacco – se tale è stato – proprio ora? Quando la Russia sembra rafforzarsi sul campo e gli Stati Uniti tentennano? Perché alimentare la tensione tra Mosca e la NATO? Cui prodest? Forse a chi vuole consolidare un’Unione Europea sempre più militarizzata, spingere gli USA a rimanere in Europa, rafforzare i governi deboli (da Macron a Scholz a Starmer) o rilanciare la carriera politica di chi, come Ursula von der Leyen, ha perso consenso. Tutte ipotesi. Ma ignorarle sarebbe da ingenui.
Nel frattempo, la Germania si prepara ad avere l’esercito più potente del continente. La Polonia investe molto più del 5% del PIL in armamenti. L’opinione pubblica, disorientata, viene gradualmente abituata all’idea che una guerra NATO-Russia sia una possibilità concreta, forse anche accettabile.
Non c’è più tempo per cullarci in illusioni. Il “nessuno vuole la guerra” è una frase fatta che non regge più. Anche nella prima metà del Novecento nessuno “voleva” davvero due guerre mondiali, eppure ci siamo finiti dentro con passo lento ma costante, accecati da ideologie, promesse, e logiche di potere. Oggi stiamo ripetendo lo stesso schema, solo più sofisticato. In un’epoca dominata dalla tecnologia, dalla manipolazione dell’informazione e dalla distrazione permanente, l’opinione pubblica è un vaso vuoto da riempire a piacimento. Ma se la società civile non si risveglia ora – non con la rabbia, ma con il pensiero – allora tutto sarà possibile. Anche ciò che oggi ci sembra ancora impensabile.
Uscire dal recinto ideologico non è facile. Ma è l’unico modo per restare umani. Rifiutare le appartenenze forzate, giudicare ogni evento con il buonsenso e non con il tifo da stadio. Comprendere che la fede, come le convinzioni politiche sono intime, personali, non strumenti da ostentare né armi da brandire. La terza guerra mondiale non è più una minaccia da romanzo distopico. È una possibilità che si costruisce ogni giorno, silenziosamente, nell’indifferenza, nella paura, nel consenso passivo.
Scegliere di pensare, oggi, è un atto rivoluzionario. E l’unico vero antidoto al buio che avanza.