Ancora una volta ci avviciniamo a un appuntamento elettorale, ancora una volta con gli stessi nomi, le stesse logiche, gli stessi meccanismi opachi. La Campania, ad esempio, si prepara alle elezioni regionali come chi si prepara a un rito stanco, già scritto, dove la posta in gioco non è il bene collettivo, ma la spartizione delle poltrone. E ancora una volta, migliaia di cittadini (quasi il 50%) sceglieranno di non votare. Non per pigrizia, non per disinteresse, ma per consapevolezza.

L’astensione è ormai il primo partito, non solo in Campania ma in tutto il Paese. E invece di chiedersi perché, si preferisce liquidarla come qualunquismo, come diserzione civica. Ma è proprio questa risposta automatica a dimostrare che il sistema non ha più la forza (né la voglia) di autoriformarsi. La partecipazione viene invocata solo quando serve a legittimare risultati già decisi a tavolino, mentre il dissenso viene ignorato o deriso.

Restando in Campania, la politica è diventata un affare di famiglia. I nomi che leggeremo sui manifesti e nelle liste saranno quelli di sempre, o di chi ha lo stesso cognome. Figli, nipoti, collaboratori personali: si candidano perché possono, non perché abbiano qualcosa da dire o da fare. È il trionfo dell’assenza di merito. Nessuno parla di programmi concreti, di riforme strutturali, di visioni per il futuro. Le liste sono costruite su logiche clientelari, pacchetti di voti, fedeltà personali. Il territorio è solo uno sfondo.

Un tempo, almeno a parole, la politica era un servizio. Oggi è solo un lavoro ben retribuito, con benefit, privilegi, immunità e possibilità di “sistemare” amici e parenti. Un posto fisso, ma meglio pagato e molto più protetto. Chi entra nel palazzo fa di tutto per restarci. Nessuno si dimette per dignità o per fallimenti. Si cambia casacca con disinvoltura, si rientra dalla finestra dopo essere usciti dalla porta. E intanto, fuori, la fiducia crolla.

Davanti a questo scenario, non votare non è una fuga, ma un atto politico. Significa non legittimare un gioco truccato, dove l’elettore è chiamato solo a ratificare decisioni già prese altrove. Significa dire: “non mi rappresenta nessuno”. E non è vero che chi non vota perde il diritto di lamentarsi. Anzi: spesso è chi si astiene ad avere le idee più chiare, e ad aver rinunciato con amarezza a una scelta che sentiva vuota, obbligata, inutile.

C’è chi ancora spera in una “alternanza democratica”, come se bastasse cambiare i colori per cambiare il sistema. Ma basta guardare le liste, i trasformismi, gli accordi trasversali per capire che l’alternanza è una messa in scena. Le regole del gioco restano le stesse, chiunque vinca. Cambiano le etichette, non le logiche.

Le leggi elettorali non sono meno cruciali, ma sono da tempo ridotte a un giochetto tra i partiti: cambiano in continuazione, sono complicate e fatte apposta per alterare il risultato finale. È anche per questo che sempre meno gente va a votare. Alle prossime politiche, molti si chiederanno perché così poca gente si sia recata alle urne. La risposta è semplice, ma scomoda: perché la politica ha smesso di rappresentare, ed è diventata solo uno spazio chiuso, autoreferenziale, gestito da chi ne trae profitto. Non è l’elettore a dover “fare il suo dovere”. È la politica che ha smesso di fare il proprio. Forse ci vorrebbe un referendum anche per le leggi elettorali.

In conclusione: finché le candidature saranno costruite per proteggere carriere e interessi personali, finché le idee saranno sostituite da slogan vuoti e il merito sarà un optional, l’astensione resterà l’unico strumento di dissenso realmente efficace per chi non si sente rappresentato. E a chi oggi si chiede “perché così tanta gente non vota”, la risposta è: guardate i candidati. Guardate le liste. Guardate le promesse che non cambiano da trent’anni. E poi provate a votare, senza sentire di prender parte a una farsa.