A pochi mesi dalla fine del mandato, l’esperienza amministrativa del sindaco Di Lonardo si avvia alla sua conclusione senza lasciare tracce durature di quel “Cambiamento” che ne aveva accompagnato l’ascesa. Era il 2020 quando, con slancio retorico e promesse di rivoluzione, Di Lonardo si presentava come il volto nuovo della politica guardiese, portatore di una visione alternativa rispetto alle logiche consunte del passato. Cinque anni dopo, la comunità si ritrova invece ferma al punto di partenza, se non addirittura più indebolita.
Il bilancio politico è desolante. Alla spinta iniziale si è presto sostituita una navigazione a vista tra gli equilibri precari della politica paesana, un continuo gioco di posizionamenti e ammiccamenti, privo di una direzione chiara. Di Lonardo ha finito per incarnare quella stessa forma di conservatorismo opaco che diceva di voler superare. La sua amministrazione è diventata l’emblema dell’immobilismo e della gestione dell’esistente, senza visione strategica, senza coraggio, senza impatto reale.
La stabilità della crisi è diventata la condizione permanente del Comune: un ossimoro che racconta molto più di quanto sembri. Guardia vive da anni in una situazione di precarietà amministrativa e sociale, dove si sopravvive senza mai affrontare i nodi strutturali dello sviluppo, del lavoro, del territorio, della partecipazione democratica. La classe dirigente che ha accompagnato il sindaco in questa parabola ha mostrato tutti i suoi limiti: profili mediocri, discussi, senza una vera capacità di governo o di proposta.
Certo, sarebbe ingeneroso attribuire tutte le responsabilità a una sola persona o a una sola giunta. Le difficoltà di Guardia si inseriscono in una crisi più ampia, che investe l’intero Mezzogiorno e in particolare le aree interne, sempre più marginalizzate, sempre più spopolate, sempre più scollegate dai circuiti decisionali. Ma è proprio in questi contesti che servirebbero energie nuove, leadership coraggiose, idee fuori dagli schemi. Nulla di tutto questo è emerso in questi anni.
Il sindaco uscente non è stato peggiore dei suoi predecessori: è stato semplicemente nella media. Ma è proprio questa mediocrità diffusa, questa normalizzazione del declino, che oggi rischia di essere fatale a questo paese. Se la prossima amministrazione non sarà in grado di invertire davvero la rotta – e non con slogan o operazioni cosmetiche – Guardia rischia di sprofondare sempre più nell’irrilevanza, e con essa anche la politica, che si nutre della fiducia dei cittadini e non solo della burocrazia elettorale, rischia di perdere definitivamente credibilità.
Oggi più che mai, Guardia Sanframondi ha bisogno di una nuova rivoluzione. Non di proclami, ma di una progettualità concreta, partecipata, capace di ridare centralità alla comunità, ai giovani, all’innovazione, al territorio. Serve una rottura netta con le logiche del passato, con i sistemi familiari, con le rendite di posizione che hanno soffocato ogni slancio.
È tempo che la politica torni ad essere servizio e non autoconservazione. È tempo che a guidare il paese sia una generazione capace di guardare lontano. Di Lonardo ha avuto la sua occasione. Ora tocca a qualcun altro raccogliere la sfida. Perché ogni ulteriore ritardo potrebbe non essere più recuperabile.