Benvenuti a Guardia Sanframondi, il borgo dove il tempo pare essersi fermato… almeno per quanto riguarda la maturità politica. Qui la critica è trattata come un virus pericoloso: meglio evitarla, ignorarla o — nella peggiore delle ipotesi — etichettarla come attacco personale, o peggio ancora come una subdola strategia elettorale.
Provate a sollevare un’obiezione. Qualsiasi cosa: il degrado del paese, una buca sulla strada, un evento organizzato con la solita approssimazione, una delibera comunale che sembra uscita da un romanzo di Kafka… Risultato? Il gelo. Il silenzio. La risposta passivo-aggressiva di chi non ha argomenti ma ha tanto risentimento e parecchio ego. Anche perché, si sa, chi critica “vuole qualcosa”. Non può essere altrimenti! Nessuno sano di mente si sveglierebbe la mattina con l’idea di pretendere trasparenza, efficienza o — bestemmia delle bestemmie — un’amministrazione all’altezza del proprio compito. No, no. Chi solleva problemi è solo un aspirante candidato alla prossima tornata elettorale. Magari uno che “rosica”. Magari uno che, nella loro testa, non ha capito come funziona il sistema (o l’ha capito benissimo: è per quello che si lamenta).
E poi ci sono loro: i tifosi, i fedelissimi, i sostenitori a prescindere. Una squadra agguerrita, spesso rumorosa sui social ma sorprendentemente silenziosa quando si tratta di fare domande vere. Non importa se un’opera pubblica resta incompiuta per anni o se si annunciano progetti fantasma che poi spariscono nel nulla. Loro applaudono. E guai a chi fa domande: è subito nemico del popolo, distruttore di armonia, fomentatore di polemiche. In certi casi, si arriva quasi alla beatificazione dell’amministratore locale, che da semplice funzionario eletto diventa figura mitologica: l’Infallibile.
Intanto, la politica a Guardia si riduce a gestione dell’immagine, post su Facebook con le solite tre frasi di circostanza, eventi da selfie e nessuna voglia di confrontarsi davvero. Le risposte? Solo a chi chiede con tono servile. Il resto? Si ignora, si etichetta, si discredita. Ma attenzione: questa non è censura. No, è solo ipersensibilità istituzionale. È solo l’arte di offendersi per sport, elevata a strumento di governo.
In fondo, forse hanno ragione loro. A cosa serve rispondere a una critica, quando puoi semplicemente fingere che non esista? A cosa serve fare autocritica, quando puoi dare la colpa al passato, agli altri, al clima o alla luna rossa? E così si va avanti. Fino alla prossima elezione, al prossimo post indignato, al prossimo cittadino tacciato di voler “qualcosa”. Ma tranquilli: di quel “qualcosa”, quello vero — decoro, competenza, visione — qui non sembra volere più nessuno.
Forse il vero capolavoro è proprio questo: aver convinto i cittadini che questo sia l’ordine naturale delle cose. “Qui è sempre stato così”, “Cosa vuoi farci”: sono i mantra di una popolazione che ha trasformato il vittimismo in una disciplina olimpica. Si lamentano del degrado, poi votano per chi l’ha causato. Protestano contro la mancanza di servizi, poi applaudono chi promette (ancora una volta) di sistemarli. È una forma di sindrome di Stoccolma collettiva: si è innamorati dei propri carcerieri politici.
Nel territorio circostante non cambia nulla: “Sa, il cognome Mastella, per la nostra piccola comunità sannita, è come un brand. Ed è giusto non disperderne il valore, dato che io, prima o poi, smetterò di fare politica. Mia moglie, già parlamentare, si è ritirata. E allora meglio rivolgersi a forze fresche.” Così Clemente Mastella, sindaco di Benevento, prepara il red carpet per la discesa in campo alle prossime elezioni regionali in Campania di suo figlio Pellegrino. Il bello è che funziona sempre. Ogni campagna elettorale è identica alla precedente: stesse facce, stesse promesse, stesso finale. È Il Giorno della Marmotta in versione meridionale, dove il protagonista è sostituito da un assessore comunale che promette di realizzare la stessa strada da vent’anni.
I ragazzi, almeno loro, hanno capito l’antifona. Fanno le valigie appena possono e se ne vanno, lasciando dietro di sé un paese che invecchia come un formaggio dimenticato in cantina. Ma invece di chiedersi perché scappano, la risposta è sempre la stessa: “Non apprezzano quello che hanno”, “Vogliono tutto e subito”, “Una volta i giovani erano diversi”. Già, una volta erano diversi: non avevano internet per vedere come funziona il mondo fuori da Guardia Sanframondi, non avevano Ryanair per arrivarci. Ora sanno che esistono posti dove un comune non impiega vent’anni per asfaltare un tratto di strada e dove un progetto di sviluppo non finisce sistematicamente nei cassetti dell’ufficio tecnico. Chi resta, spesso lo fa per rassegnazione o per impossibilità di andarsene. E così il paese si ritrova con una demografia che somiglia a quella di un hospice: tanti anziani che aspettano, pochi giovani che sperano, e una classe politica che invecchia insieme ai suoi elettori, in un abbraccio mortale.
Ma ecco che il destino, con la sua ironia cosmica, regala a Guardia Sanframondi una nuova categoria di abitanti: i residenti stranieri. Arrivano carichi di sogni e progetti, con quella freschezza che solo chi viene da fuori può avere. Vedono potenziale dove gli autoctoni vedono solo routine, intravedono bellezza dove i locali ormai notano solo crepe sui muri. Sono quasi commoventi, questi nuovi arrivati. Organizzano eventi culturali, propongono iniziative di valorizzazione, parlano con entusiasmo di “fare rete” e “creare sinergie”. Hanno l’energia di chi crede davvero che si possa cambiare qualcosa, che si possa “fare la differenza”. Li riconosci subito: sono quelli che ancora sorridono. Il loro entusiasmo è così autentico, così genuino, che quasi dispiace sapere quale sarà il loro destino. Perché il sistema locale non distrugge i sogni con violenza — sarebbe troppo onesto. Li erode con la dolcezza di un acido: una burocrazia qui, un “si è sempre fatto così” là, qualche promessa non mantenuta, un po’ di diffidenza mascherata da cortesia.
E poi ci sono quei pochi giovani del posto, quelli di “belle speranze” come si diceva una volta, che guardano questi stranieri volenterosi con una miscela di ammirazione e invidia. Loro sanno già come andrà a finire, ma a volte si lasciano contagiare da quell’ottimismo importato. Iniziano a credere che forse, stavolta, le cose possano davvero cambiare. È teneramente tragico vederli mentre organizzano il loro primo progetto insieme, cittadini del mondo e giovani del posto uniti nella stessa illusione. Tra qualche anno, se ancora saranno qui, saranno anche loro prede del pessimismo. Parleranno anche loro di “realismo” e “pragmatismo”. Avranno imparato che a Guardia Sanframondi l’unica cosa che cambia davvero è la capacità di accettare che nulla cambi mai.
Tra qualche mese si torna alle urne, e già si respira nell’aria la solita frenesia pre-elettorale. Spunteranno i soliti noti con i soliti programmi: sviluppo turistico (quello che promettono dal 1980), valorizzazione del centro storico (che nel frattempo continua a perdere pezzi), sostegno ai giovani (quelli che sono già scappati o stanno preparando le valigie). E i cittadini? Faranno quello che hanno sempre fatto: si lamenteranno per mesi, si indigneranno sui social, prometteranno che “stavolta sarà diverso”… e poi andranno a votare il sindaco uscente o il cugino, perché “almeno lo conosciamo”.
Cambiare Guardia Sanframondi è come convincere un gatto a fare il cane: teoricamente possibile, praticamente impossibile, sicuramente frustrante. Servirebbe una rivoluzione culturale prima che politica. Ma come si fa una rivoluzione in un paese dove l’evento più rivoluzionario dell’anno è il “concerto anni ’80” della band locale? Ci vorrebbero cittadini che smettano di considerare il voto come un favore personale al candidato di turno. Ci vorrebbero amministratori che vedano oltre il proprio mandato e il proprio conto in banca. Ci vorrebbe una classe dirigente che capisca la differenza tra gestire un paese e gestire una sagra paesana. Ma soprattutto, ci vorrebbe la consapevolezza che un paese non muore per mancanza di fondi o per crisi economica: muore per mancanza di visione, per eccesso di rassegnazione, per la convinzione che tanto “le cose non cambiano mai”.
Il prossimo voto non cambierà nulla. Guardia Sanframondi continuerà probabilmente la sua lenta agonia, cullata dalle promesse di sempre e dalla rassegnazione di tutti. I giovani continueranno ad andarsene, i pseudo-politici di sempre continueranno a promettere, i cittadini continueranno a lamentarsi. È una tragedia? È una commedia? Forse è semplicemente la cronaca di un paese che ha scelto di morire di noia piuttosto che rischiare di vivere davvero.
P.S. L’autore di questo pezzo vive a Guardia Sanframondi, ma ha vissuto abbastanza a lungo in altre parti d’Italia per riconoscere i sintomi.
Foto Silvio Falato