C’è qualcosa di profondamente malato nella politica italiana. Ma non è una febbre passeggera: è una patologia cronica, degenerativa. Lo capisci ascoltando i discorsi da bar, leggendo i commenti sui social, guardando i dati dell’astensione. Ma soprattutto lo percepisci in quell’atmosfera da sala d’aspetto che accompagna ogni tornata elettorale: silenziosa, rassegnata, piena di gente che aspetta il proprio turno per uscire, non per entrare.

Sempre meno italiani si sentono rappresentati, e sempre di più si convincono che la politica non sia più il luogo dove si cambiano le cose, ma il posto fisso per chi ha avuto la fortuna di sistemarsi. La politica, oggi, è solo un lavoro. Come fare il commercialista, il funzionario o l’assistente di studio dentistico, ma con lo stipendio più alto e zero responsabilità vere. E con in più una lista di privilegi e il prestigio della foto sui manifesti.

Altro che “servizio al Paese”: ormai la missione principale della politica italiana è finanziare sagre. Sì, sagre. Dalla sagra del vino a quella della porchetta, passando per il fagiolo IGP, il peperone ripieno, la cipolla in agrodolce, il cinghiale in umido e l’amatriciana “rivisitata” con tofu e avocado. In ogni comune, la campagna elettorale si gioca a colpi di contributi pubblici per bancarelle e panini, con il sindaco che taglia il nastro tra due majorettes e il consigliere regionale che distribuisce volantini tra le botti. Il tutto condito da dichiarazioni solenni sul “rilancio del territorio”.

Intanto, i partiti veri sono scomparsi. Quelli che restano sono comitati elettorali perenni, costruiti attorno a un leader carismatico (o, più spesso, mediaticamente sopravvalutato). Da Fratelli d’Italia al M5S, dal PD a Forza Italia, passando per la Lega e le versioni tascabili come Italia Viva o Azione, il modello è sempre lo stesso: un uomo solo al comando, e una fila di fedelissimi pronti a dire “sì, capo” prima ancora che il capo apra bocca. Il merito? Una parola fuori moda. Le idee nuove? Roba da sognatori. Conta solo la lealtà cieca, meglio se accompagnata da un buon seguito sui social e qualche voto raccattato alle amministrative del proprio comune.

E poi ci sono le leggi elettorali. Anziché facilitare la partecipazione, sono progettate come complicati marchingegni per far sembrare democratico un sistema blindato. Proporzionale, maggioritario, uninominale, premi, soglie, liste bloccate… un labirinto costruito apposta per tenere fuori chi non ha il pass VIP del partito, mentre il cittadino comune viene trattato come un disturbatore fuori luogo. Ogni legge nasce per garantire il massimo controllo dall’alto e il minimo rischio che emerga qualcuno di scomodo. E allora non stupisce che la gente non voti. Non perché sia pigra o ignorante – come cercano di farci credere i commentatori da salotto – ma perché ha capito il trucco. Ha capito che il voto, così com’è, è un atto vuoto. Una finta partecipazione a una recita scritta da altri. E in molti, semplicemente, rifiutano la parte. L’astensione non è menefreghismo, è lucidità. È il gesto silenzioso di chi non crede più agli slogan, ai faccioni sui manifesti, alle promesse a scadenza. È la risposta di chi si è stufato di vedere gli stessi volti cambiare nome, partito e logo ogni tre anni, restando però sempre e solo attaccati alla poltrona, come cozze allo scoglio.

C’è un’alternativa? Forse sì. Ma di certo non arriverà dall’alto, né tantomeno dalla sagra del peperone. Arriverà, se mai, da una nuova generazione di cittadini disincantati ma non rassegnati, capaci di rifiutare il teatrino, di pretendere trasparenza, merito e partecipazione vera. Gente che non chiederà un assessorato in cambio della fedeltà, ma che pretenderà di contare senza inginocchiarsi.

Fino ad allora, le urne continueranno a restare vuote, i comizi continueranno a riempirsi solo di parole, e i palchi elettorali somiglieranno sempre più a quelli delle sagre. Con l’aggravante che, almeno alle sagre, il vino è buono e la porchetta è sincera.