C’è un momento, nella storia di ogni comunità, in cui bisogna scegliere se continuare a recitare la stessa commedia dell’arte o cambiare copione. A Guardia quel momento – favorito dall’inconsistenza dell’amministrazione Di Lonardo – è arrivato con la discrezione di un terremoto: le prossime elezioni amministrative non saranno una semplice competizione elettorale, ma un vero e proprio referendum tra passato e futuro, tra feudalesimo e democrazia autentica.

Per decenni, la nostra amata Guardia è stata il teatro di una rappresentazione surreale: “I Promessi Sposi” versione amministrativa, dove don Rodrigo si è fatto sindaco, fra Cristoforo è diventato assessore e i bravi hanno imparato a usare Facebook per organizzare le scorribande sul nulla. Il risultato? Una comunità in cui il tempo si è fermato all’era pre-industriale, con l’aggravante di avere una connessione internet. Chiunque abbia vissuto a Guardia negli ultimi vent’anni avrà assistito al medesimo spettacolo, replicato con la precisione di un orologio svizzero: ogni cinque anni si aprono le candidature, spuntano volti “nuovi” (spesso amici degli amici di sempre), si promettono rivoluzioni che farebbero impallidire Robespierre, e poi… poi tutto torna come prima, solo con qualche gruppo WhatsApp in più sul telefono del sindaco.

Il vero capolavoro del feudalesimo guardiese è aver trasformato la politica locale in una dinastia ereditaria mascherata da democrazia rappresentativa. Qui non si vota per le idee, si vota per cognomi che suonano familiari. Non si scelgono progetti, si scelgono investiture. E quando qualche giovane coraggioso osa sfidare il sistema, viene rapidamente “educato” alle regole del gioco: o ti integri nella corte, o rimani a guardarla dal di fuori. Il risultato di questa pedagogia feudale? Una Guardia che invecchia, si spopola e si rattrappisce su sé stessa come un frutto dimenticato al sole. Mentre i paesi vicini si reinventano, noi continuiamo a discutere se il prossimo sindaco debba essere quello che già abbiamo, il figlio del precedente o il cugino del sindaco uscente.

Ma il vero colpo di genio dei nostri moderni feudatari è stato l’aggiornamento tecnologico del sistema. Oggi non si distribuiscono più sacchi di grano, ma si promettono fibra ottica (che poi arriva con la velocità di una carrozza); non si costruiscono più castelli, ma si inaugura un solo locale di un palazzo storico (rigorosamente intitolato a qualche parente); non si organizzano più tornei cavallereschi, ma sagre dove gli stand migliori vanno sempre agli stessi amici.

Tutto si è evoluto: e quando qualcosa non va, la colpa è sempre di chi non capisce la “complessità della situazione locale” o della “burocrazia regionale” che ostacola i progetti visionari di ogni amministrazione. Eppure, tra le pieghe di questo teatro dell’assurdo, qualcosa si muove. E non è solo la rassegnazione di chi ha smesso di credere nel cambiamento. È la rabbia silenziosa di una generazione che non vuole più accettare che il proprio futuro sia deciso in salotto, davanti a un caffè, tra gente che considera il Comune una proprietà di famiglia. Sono i trentenni che vivono a Guardia, o sono andati via per studiare e lavorare, e quando tornano per le feste si accorgono che Guardia sembra un museo dell’immobilismo. Sono i quarantenni che hanno visto fallire ogni promessa di rinnovamento e ora guardano con preoccupazione il futuro dei propri figli. Sono i cinquantenni che hanno lavorato una vita onestamente e non accettano che il merito conti meno dell’appartenenza. Ma la sorpresa più grande è un’altra: sono anche i “nuovi guardiesi”, i nuovi residenti stranieri che hanno scelto il nostro paese per viverci, investirci. Loro, che vengono da luoghi dove la democrazia funziona davvero, guardano il nostro sistema feudale con una miscela di stupore e indignazione. E, soprattutto, non hanno paura di dire quello che molti guardiesi pensano ma non osano esprimere: che questo non è normale.

Le prossime elezioni amministrative rappresentano quindi un’opportunità storica: per la prima volta dopo decenni, esiste la possibilità concreta di spezzare la catena feudale che lega Guardia al suo passato peggiore. Non serve una rivoluzione violenta, serve una rivoluzione gentile ma determinata. Serve il coraggio di dire “basta” a chi ha trasformato la politica locale in una questione di famiglia. Basta a chi considera il Comune un feudo personale da gestire come un’azienda di famiglia. Basta a chi pensa che le competenze si ereditino insieme al cognome. Serve l’intelligenza di capire che il vero rinnovamento non può venire dalle stesse facce di sempre, solo con qualche anno in meno. Non bastano i “giovani” se questi giovani sono cresciuti nella stessa cultura clientelare dei loro predecessori. Il cambiamento vero richiede mentalità diverse, approcci diversi, valori diversi. Serve la saggezza di accogliere le energie nuove: quelle dei guardiesi che sono andati via e hanno visto come funziona il mondo, quelle dei nuovi residenti che portano esperienze e competenze, quelle di tutti coloro che credono ancora nella possibilità di una politica onesta e trasparente.

Prima di parlare di futuro, però, è doveroso smontare una delle più raffinate tecniche di autodifesa del sistema feudale guardiese: l’arte di trasformare chi critica in “eterno scontento che parla solo di problemi senza proporre soluzioni”. È una strategia geniale nella sua semplicità: si ignora sistematicamente tutto quello che viene proposto da anni, poi si accusa chi propone di non proporre mai niente. È come tapparsi le orecchie durante un concerto e poi lamentarsi che la musica non si sente. Chi scrive queste righe sa bene cosa significa essere etichettato come “quello che critica sempre”. Peccato che “quello che critica sempre” abbia anche passato anni a elaborare proposte concrete: piani di sviluppo turistico sostenibile, progetti di valorizzazione del patrimonio storico, iniziative per attrarre nuovi residenti, strategie per rivitalizzare il centro storico… Proposte che sono finite nel grande archivio dell’indifferenza amministrativa, quello dove vanno a morire tutte le idee che osano nascere al di fuori delle sacre stanze del potere. Perché, sia chiaro, nel feudo guardiese le buone idee sono benvenute, purché vengano da chi ha il permesso di averle.

Il paradosso è comico: chi amministra da decenni senza produrre risultati evidenti accusa di “non proporre soluzioni” chi, pur non avendo mai amministrato, ha avuto almeno la decenza intellettuale di pensarle, le soluzioni. È come se un cuoco che brucia tutto accusasse il critico gastronomico di non saper cucinare, dimenticando che il compito del critico è valutare, non sostituirsi allo chef incompetente.

Ma forse è proprio questo il punto: in un sistema feudale, il diritto di critica è riservato solo a chi fa già parte del sistema. Gli altri possono al massimo applaudire o tacere. Il bello della democrazia è che, ogni tanto, i miracoli sono possibili. E il miracolo, a Guardia, ha la forma di una coalizione trasversale di persone oneste: professionisti che hanno fatto carriera con il merito, giovani che hanno studiato e viaggiato, imprenditori che hanno creato valore senza raccomandazioni, cittadini stranieri che hanno scelto di investire qui la propria vita. Non è una questione di onestà contro disonestà, competenza contro improvvisazione, futuro contro passato. È la scelta tra continuare a vivere in un museo dell’immobilismo o trasformare Guardia in una comunità moderna, aperta, accogliente. Il programma è semplice: trasparenza totale, competenze reali, partecipazione autentica. Bandi pubblici veri per ogni incarico. Bilanci chiari e comprensibili. Progetti concreti discussi pubblicamente. Amministratori scelti per quello che sanno fare, non per chi conoscono.

Guardia Sanframondi si trova a un bivio. Da una parte c’è la strada comoda della continuità: stessi nomi, stesse famiglie, stessi metodi, stesso lento declino. Dall’altra c’è la strada difficile del cambiamento: nuove persone, nuove idee, nuovo modo di fare politica. La scelta spetta ai guardiesi. Tutti. Anche a chi ha sempre votato “per tradizione”, anche a chi si è sempre astenuto “perché tanto non cambia niente”, anche a chi ha sempre pensato che la politica locale non lo riguardasse. Perché questa volta è diverso. Questa volta checché ne dica il mainstream c’è davvero un’alternativa credibile al feudalesimo travestito da democrazia. Questa volta si può davvero voltare pagina. Il feudalesimo guardiese ha avuto i suoi decenni per dimostrare di saper amministrare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: spopolamento, mancanza di servizi, giovani che fuggono, iniziative che non decollano, un paese che invecchia nell’indifferenza.

Non servono nuovi baroni, servono nuovi cittadini. Non serve un nuovo feudo, serve una nuova comunità. Il medioevo, a Guardia, deve finalmente finire. E può finire solo con il voto di chi ha il coraggio di scegliere il futuro.

P.S. La storia la scrivono i vincitori, dice un vecchio adagio. A Guardia, per troppo tempo, l’hanno scritta sempre gli stessi. È ora che la scrivano tutti gli altri.