A Guardia Sanframondi si respira da settimane un’aria pesante, quasi stagnante, mentre si avvicinano le prossime elezioni comunali. Tutti sanno che il tempo stringe, eppure nessuno sa – o vuole dire – chi davvero potrebbe raccogliere il testimone della guida amministrativa. Le voci si rincorrono, i nomi circolano, gli incontri si moltiplicano nei bar, nei retrobottega, nei salotti semi-privati, nelle ville di campagna e in quelle di montagna, ma la verità è che – esclusi i soliti nomi -manca ciò che dovrebbe essere scontato: una figura credibile.
All’orizzonte non c’è nessuna personalità autorevole e popolare. Da una parte assistiamo alla probabile e fragorosa uscita di scena di ingombranti pascià del panorama politico guardiese, con un finale davvero imbarazzante non solo per loro, ma per l’immagine e la sostanza di un paese intero. Dall’altra vediamo accavallarsi un indecente intreccio di alleanze di convenienza, tra tonfi, ripicche e autocandidature. La finta guerra tra i pochi ego-sostenibili ras locali sta monopolizzando e spaccando – come avviene da sempre – la tranquillità paesana, mostrando una politica ridotta a lotta di personalismi, senza alcun riguardo per i cittadini e senza un disegno oltre le persone. La rissa tra gli emiri locali dimostra a cosa si è ridotta la contesa politica: non più progetti, prospettive, futuro, idee o passioni civili, ma semplice bega tra chi ha l’io più grosso.
Non ci sono oggi personalità capaci di unire, ispirare e rappresentare con autorevolezza una comunità che ha bisogno – più che mai – di ritrovare fiducia nelle istituzioni. Si avverte piuttosto l’eco stanca di un sistema logoro, tenuto in piedi dai soliti personaggi che da decenni ne sono l’ossatura, più per inerzia che per consenso reale. I vecchi “ras” della politica locale sono ancora lì, alcuni protagonisti fino all’ultimo giorno, altri pronti a manovrare da dietro le quinte, ma tutti con un elemento in comune: l’incapacità di fare un passo indietro per farne fare uno avanti a qualcuno di nuovo. Si assiste così a un teatrino stanco dove, tra vecchi leader in declino e aspiranti tali, il dibattito politico è ridotto a un intreccio di ego, vendette personali e calcoli elettorali. Le idee sono assenti, le proposte latitano. Si parla solo di alleanze, di tavoli, di candidature, come se la politica fosse un puzzle di nomine e non, prima di tutto, visione, impegno, responsabilità.
La cosa più grave è che questo stallo non è frutto del caso, ma di un sistema impermeabile al rinnovamento, dove ogni tentativo di far emergere nuove figure viene scoraggiato, soffocato o, peggio, neutralizzato. I giovani non trovano spazio, le competenze vengono tenute alla porta, e chiunque provi a parlare un linguaggio diverso finisce per essere ignorato o additato come ingenuo. Insomma, Guardia non ha più il volto di un leader e si abbandona a una pizzica indecente tra figuri, figuranti e figuracce che accompagnano rumorosamente l’auspicabile uscita di scena dei suoi più rinomati attori. Ci si ritrova così nella surreale situazione in cui tutti cercano un nome, ma nessuno è in grado di indicarne uno che non sia già parte del vecchio gioco. Una comunità intera – ricca di energie, professionalità e storie civiche – rimane ostaggio di pochi, incapaci di capire che il tempo del protagonismo personale è finito e che la politica vera non può essere ridotta a lotta di vanità.
La domanda, allora, è tanto semplice quanto inquietante: in che mani finirà Guardia? Se la risposta arriverà all’ultimo minuto – come avviene quasi sempre, magari con l’imposizione di un nome condiviso per convenienza più che per convinzione – sarà l’ennesima occasione persa. Se invece da questa crisi nascerà una vera riflessione collettiva sul senso della rappresentanza, sulla necessità di rigenerare la classe dirigente e sul bisogno di idee nuove e coraggiose, allora forse Guardia può ancora cambiare rotta.
Ma il tempo è poco. E il futuro non aspetta chi resta a guardare.