Guardia Sanframondi si avvicina all’ennesima tornata elettorale e, come ogni volta, il copione sembra già scritto: attori consumati, promesse riciclate, trame personali camuffate da progetti collettivi. Tutto cambia per non cambiare nulla. E allora la domanda è inevitabile, quasi retorica, ma ancora tremendamente attuale: esiste oggi, a Guardia, un pazzo disposto a candidarsi a sindaco?
Non un pazzo qualunque, sia chiaro. Non quello che si crede Napoleone e nemmeno quello convinto di poter rimettere a posto i conti del Comune con la sola forza della buona volontà. Serve un altro tipo di follia: quella lucida, consapevole, incrollabile. Serve qualcuno che, pur sapendo di partire svantaggiato, pur conscio dei meccanismi marci che muovono il consenso, decida comunque di scendere in campo. Di disturbare il conducente. Di non accettare il silenzio come regola.
Guardia ha una lunga storia di clientele, di pacche sulle spalle, di poltrone assegnate prima ancora che le urne vengano aperte. Il clientelismo non è un accidente passeggero, ma una forma di governance. Ma qui è qualcosa di più profondo, quasi genetico. Non è soltanto una malattia meridionale, è una malattia “guardiese”, coltivata come fosse una virtù. In questo sistema, la fedeltà personale vale più della competenza, e la promessa sussurrata conta più del programma politico. Il clientelismo è radicato come una pianta infestante, ha i suoi sacerdoti, i suoi riti e perfino i suoi devoti. Il teatrino si ripete, con le stesse maschere e gli stessi copioni. Nulla cambia, tranne forse l’illusione di cambiamento. In un paese dove troppo spesso l’onestà è vista come ingenuità e il merito come fastidio, un candidato onesto, competente e non ricattabile rischia davvero di sembrare il pazzo del villaggio.
Ma se questo è il contesto, allora forse solo un pazzo può ancora salvarci.
Un pazzo che rifiuti i “soliti noti”, che si circondi di persone oneste, capaci e persino sconosciute ai giri della politica. Un pazzo che non cerchi pacche sulle spalle ma scossoni, che non prometta la luna ma lavori sul fango. Che non partecipi alla solita farsa, ma che riscriva la sceneggiatura.
E sì, ci vuole coraggio in questo paese. Perché le prossime elezioni, come quelle passate, rischiano di ridursi a una conta tra vecchie filiere e nuove ambizioni, tra chi ha già fallito e chi è pronto a fallire in modo più elegante. Intanto Guardia è alla canna del gas, affida la sua sopravvivenza a interventi esterni – persino da stranieri –, aiuti estemporanei, bandi e salvataggi, panem et circenses, ricchi premi e cotillons. E basterebbe questo a giustificare una rivoluzione elettorale. Eppure, nulla cambierà. E a pensar male, si sa, si fa peccato: e quindi, probabilmente, rivinceranno gli stessi.
E allora, caro candidato pazzo, se davvero esisti, mostrati.
Non sarà il curriculum a bastare. Non basterà la laurea né l’onestà se non si ha il coraggio di rompere gli schemi. Dovrai deludere chi ti chiederà favori in cambio di voti. Dovrai dire “no” a chi ti offre pacchetti di consenso in cambio di silenzi futuri. Dovrai passare per arrogante, sognatore, utopista. E forse, persino per traditore di un sistema che in fondo tutti fingono di odiare ma dal quale non vogliono davvero liberarsi.
Ma non sei solo. C’è una Guardia che resiste, silenziosa, quasi rassegnata, ma ancora capace di indignarsi. Di svegliarsi. Di sognare. Forse pochi, forse stanchi, ma ci sono. Kant scriveva che il pazzo è un sognatore ad occhi aperti. E allora sognaci, pazzo candidato. Perché da troppo tempo, a Guardia, abbiamo smesso di farlo.