Guardia si trova oggi a un bivio decisivo. Da una parte, la strada facile della conservazione museale, dell’estetizzazione turistica, della gestione dell’esistente in attesa che il declino compia il suo corso. Dall’altra, la strada difficile ma necessaria di una rigenerazione che passi attraverso scelte politiche coraggiose e una rivoluzione culturale profonda.
Non serve più parlare di bellezza. Guardia è bella, questo lo sappiamo tutti. Ma la bellezza senza vita è archeologia, non futuro. E il futuro di Guardia non può dipendere dalle migliaia di presenze occasionali di agosto, né dalla nostalgia di chi guarda al “buon tempo antico” senza sporcarsi le mani nel presente.
La prima trasformazione deve essere politica. Non nel senso delle appartenenze di partito, a un clan, a un sistema o delle campagne elettorali permanenti, ma nel senso più alto della parola: la capacità di immaginare, progettare e realizzare il bene comune. Serve una classe dirigente che smetta di amministrare il declino e cominci a costruire alternative. Questo significa abbandonare definitivamente la logica dell’assistenzialismo, dei favori personali, delle clientele locali. Significa investire in competenze, formare una nuova generazione di amministratori capaci di pensare in termini di sviluppo sostenibile, innovazione sociale, cooperazione territoriale. La politica locale deve ritrovare il coraggio delle scelte impopolari nel breve termine ma necessarie per il futuro. Non si tratta di marketing territoriale o di slogan da social network, ma di programmazione seria, di ricerca di fondi europei, di costruzione di reti con altri comuni delle aree interne. Guardia non si salva da sola, e chi pensa di poter fare tutto in solitudine condanna il paese all’irrilevanza.
Il tema dello spopolamento non può più essere affrontato con lamentazioni sterili. Serve una strategia demografica intelligente e senza pregiudizi ideologici. Primo: i ritorni. I figli di Guardia sparsi nel mondo non torneranno per nostalgia o per appello emotivo. Torneranno se troveranno opportunità concrete di lavoro, servizi efficienti, una qualità della vita che giustifichi la scelta. Questo significa creare le condizioni materiali per il rientro: banda larga, servizi sanitari, scuole di qualità, trasporti pubblici. Secondo: i nuovi arrivi. Guardia deve aprirsi all’immigrazione qualificata, alle famiglie che cercano uno stile di vita diverso, agli imprenditori che vogliono investire in un territorio con potenzialità inespresse. L’accoglienza di nuove comunità, se gestita con intelligenza, non è una minaccia all’identità locale ma un’opportunità di crescita e contaminazione positiva. Terzo: la ripresa delle nascite. Un paese senza bambini è un paese senza futuro. Servono politiche familiari concrete: asili nido, sostegno alla genitorialità, spazi di aggregazione per le famiglie. E servono giovani coppie che decidano di mettere radici, non turisti che vengono a fare foto.
Il centro storico di Guardia è un giacimento di opportunità sprecate. Troppi immobili abbandonati, troppe case chiuse, troppa arte inaccessibile. Serve un piano straordinario di recupero che trasformi il patrimonio da peso a risorsa. Prima fase: censimento digitale completo, non ristretto solo a determinate aree. Ogni palazzo, ogni casa, ogni vicolo deve essere mappato, fotografato, descritto. Serve sapere cosa abbiamo prima di decidere cosa farne. Seconda fase: recupero programmato. Non tutto può essere recuperato subito, ma tutto deve avere una destinazione d’uso chiara. Residenze per nuove famiglie, spazi per attività produttive, luoghi di cultura e aggregazione. Il patrimonio deve tornare a vivere, non essere solo conservato. Terza fase: gestione professionale. Basta con l’improvvisazione. La valorizzazione culturale richiede competenze specifiche, progetti a lungo termine, collaborazioni con università e istituti di ricerca.
Guardia non può farcela da sola. I piccoli comuni delle aree interne hanno un futuro solo se imparano a fare sistema, a condividere servizi, a sviluppare progetti comuni. Serve una strategia di area vasta che coinvolga tutti i paesi vicini in un progetto condiviso di sviluppo. Trasporti pubblici integrati, servizi sanitari distribuiti, offerta culturale coordinata, promozione turistica comune. La competizione tra campanili è un lusso che questi territori non possono più permettersi.
Niente di tutto questo è possibile senza il coinvolgimento attivo della comunità. Non basta più la democrazia rappresentativa tradizionale, serve partecipazione diretta, confronto permanente, condivisione delle scelte. I cittadini non possono più essere spettatori di ciò che li riguarda. Servono assemblee popolari, bilanci partecipativi, gruppi di lavoro tematici. Ogni abitante di Guardia, residente o emigrato, deve sentirsi parte attiva della rinascita. E servono soprattutto i giovani. Non per retorica generazionale, ma perché sono loro che dovranno vivere le conseguenze delle scelte di oggi. La politica locale deve creare spazi reali di protagonismo giovanile, non solo consultazioni di facciata.
Il tempo dell’attesa è finito. Ogni anno che passa senza scelte coraggiose è un anno perso, è un passo verso l’irrilevanza definitiva. Guardia Sanframondi ha ancora le risorse umane, culturali ed economiche per un rilancio vero. Ma la finestra temporale si sta chiudendo. Non servono miracoli, servono politiche serie. Non serve nostalgia, serve progettazione. Non servono slogan, servono fatti concreti misurabili nel tempo. Guardia può scegliere di essere protagonista del proprio futuro o vittima del proprio passato. La politica locale ha la responsabilità di questa scelta. E la comunità ha il diritto e il dovere di pretendere che questa scelta sia fatta bene, con coraggio e con competenza.
Il “borgo più bello d’Italia”, se vuoto di vita vera, è solo un rudere ben conservato. Guardia merita di più. Guardia può essere di più. Ma solo se sapremo essere all’altezza delle nostre responsabilità.
Se non ora, quando?
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