Le recenti prese di posizione di alcuni cittadini e associazioni sulla situazione del liceo scientifico di Guardia e su chi attribuire le colpe della sua chiusura, solleva una questione centrale che merita un approfondimento critico: è davvero possibile una “pacificazione” politica senza prima aver fatto i conti con il passato?

Dante nel Canto III dell’Inferno scrive: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, l’iscrizione si trova sulla porta dell’Inferno che i dannati devono attraversare. Ma oggi potrebbe essere benissimo posizionata all’ingresso di Guardia. Il parallelo che potremmo fare con la citazione dantesca e Guardia infatti è amaro ma efficace. Qualcuno dirà che c’entra. C’entra, perché quando in una comunità ad ogni tornata elettorale amministrativa si chiede sistematicamente di “non fare polemiche” e di “mettere una pietra sopra” al passato, spesso si perpetua proprio quella mentalità che ha creato i problemi in primo luogo. È una forma di omertà civile che può soffocare qualsiasi possibilità di cambiamento genuino. Il “bene del paese” diventa così una formula vuota, usata per zittire chi vorrebbe trasparenza e rinnovamento.

Ma quale bene può derivare dal silenzio su questioni irrisolte? La vera pace sociale nasce dalla giustizia e dalla chiarezza, non dall’amnesia forzata. Non da parte di chi, pur di ritagliarsi una posizione, accetta o promuove questo status quo. Chi ha davvero a cuore il futuro di una comunità dovrebbe avere il coraggio di affrontare le contraddizioni del presente, non nasconderle sotto il tappeto dell’opportunismo politico.

La speranza, in questi contesti, sta forse proprio nel non arrendersi a questa logica – nel continuare a credere che sia possibile un confronto onesto sui problemi reali. L’appello a “superare rancori personali” e a ritrovare un “maggiore senso di responsabilità” suona nobile, ma rischia di essere una formula vuota se non accompagnata da una reale analisi delle responsabilità politiche che hanno portato la comunità guardiese alla situazione attuale. Non si tratta di alimentare polemiche sterili, ma di riconoscere che ogni processo di rinnovamento autentico passa attraverso un momento di verità. Quando si parla della chiusura del liceo scientifico e della perdita di servizi essenziali, non si possono liquidare questi fallimenti come semplici “errori del passato” da dimenticare in nome dell’unità. Ogni scelta politica ha avuto conseguenze concrete sulla vita dei cittadini, sull’economia locale, sul futuro delle nuove generazioni. Fingere che queste decisioni siano state prese nel vuoto, senza responsabilità precise, significa perpetuare quella cultura dell’impunità che ha caratterizzato troppo spesso la politica guardiese.

E poi, come si può parlare di rinnovamento quando gli stessi protagonisti che hanno guidato le scelte controverse del passato continuano a occupare posizioni di rilievo nel dibattito pubblico? La credibilità di qualsiasi progetto di rilancio passa necessariamente attraverso il riconoscimento che certe logiche e certi metodi hanno fallito. Non è questione di vendetta personale, ma di coerenza democratica: chi ha dimostrato di non saper tutelare gli interessi della comunità non può essere considerato automaticamente abilitato a guidarla verso il futuro.

Particolarmente significativo è il fenomeno di chi, dopo aver contribuito direttamente o indirettamente al declino della comunità, tenta oggi di rilegittimarsi. Non è un caso che proprio in prossimità delle elezioni amministrative si moltiplicano iniziative, comunicati e prese di posizione di soggetti che fino a ieri erano rimasti in silenzio di fronte al progressivo deterioramento della situazione cittadina. Questo tempismo non può essere liquidato come semplice coincidenza: rivela piuttosto una strategia ben orchestrata per costruire una nuova narrazione che assolva i responsabili del passato e li riproponga come salvatori del futuro.

La comunità guardiese non può permettersi il lusso di una sorta di “prescrizione politica” che cancelli magicamente le responsabilità di chi ha contribuito a portare Guardia alle condizioni odierne. Sarebbe un grave errore democratico e un tradimento verso le nuove generazioni che hanno pagato il prezzo più alto di scelte sbagliate.

La memoria collettiva non può essere cancellata con un colpo di spugna in nome di un’unità di facciata. A pochi mesi dalle elezioni amministrative, assistiamo al proliferare sui social network di proclami, analisi e proposte che sembrano più orientate alla costruzione di un consenso elettorale che a una reale riflessione sui problemi strutturali del territorio. Questa sovraesposizione mediatica, spesso orchestrata proprio da chi ha fallito in passato, rischia di trasformare questioni serie come il declino demografico e l’erosione dei servizi pubblici in semplici slogan da campagna elettorale. Le piattaforme digitali e i banconi dei bar diventano così il palcoscenico di una rappresentazione in cui i protagonisti del declino si travestono da novità, sperando che la velocità dell’informazione odierna faccia dimenticare le responsabilità del passato. Ma i cittadini hanno memoria, e la realtà delle strade vuote, dei servizi perduti, dei giovani scappati non può essere cancellata da post ben confezionati.

Chi oggi propone di “voltare pagina” e “guardare avanti” presenta una falsa alternativa: o si resta ancorati al passato o si costruisce il futuro. Ma la verità è che non si può costruire un futuro solido su fondamenta marce. Il riconoscimento degli errori, l’assunzione di responsabilità, il rinnovamento della classe dirigente non sono ostacoli al progresso ma condizioni indispensabili per realizzarlo. La vera pacificazione non può essere imposta dall’alto attraverso generici appelli all’unità, ma deve nascere dal basso, da un confronto onesto sui fallimenti del passato e sulle prospettive future. Significa avere il coraggio di ammettere che certe strategie non hanno funzionato, che certi personaggi hanno esaurito la loro credibilità, che il cambiamento richiede non solo nuovi programmi ma anche nuovi protagonisti.

Guardia ha bisogno di una nuova classe dirigente capace di pensare in termini di lungo periodo, di valorizzare le eccellenze territoriali senza cedere alle logiche speculative, di costruire reti e alleanze strategiche con i territori vicini. Difficilmente tutto questo può realizzarsi se si continua a ragionare secondo le logiche clientelari e personaliste che hanno caratterizzato la politica locale negli ultimi decenni. La comunità guardiese ha tutte le potenzialità per invertire la rotta: dalla tradizione vitivinicola alla posizione strategica, dalla ricchezza storica alle bellezze paesaggistiche. Ma per valorizzare queste risorse serve una rottura netta con le pratiche del passato, non una loro riverniciatura in chiave elettorale. Solo così si potrà costruire quel futuro che i giovani del territorio meritano, senza dover necessariamente cercare fortuna altrove.

Il tempo delle mezze misure e dei compromessi al ribasso è finito. Guardia merita una politica all’altezza della sua storia centenaria, non il riciclaggio di chi ne ha già compromesso il presente.