Nel cuore del Sannio, tra le colline che profumano di Falanghina e malinconia, c’è un borgo che sembra essersi fermato nel tempo. Ma non quello romantico delle processioni, dei vicoli in pietra e delle nonne col fazzoletto nero. No. Il tempo che si è cristallizzato a Guardia è quello del clientelismo di provincia, del favore personale spacciato per virtù politica, dell'”ascensore sociale a chiamata diretta” per chi ha il cognome giusto o frequenta le cene giuste.

A Guardia, si sa, non si fa carriera per merito, ma per parentela. Curriculum? Conoscenze? Competenze? Accessori. Quello che conta davvero è il pedigree: sei figlio, nipote, cugino di primo o anche solo vicino di casa dell’ex sindaco o dell’assessore di turno? Bene, sei sistemato. Per gli altri c’è sempre la valigia pronta o un concorso truccato da spettatore non pagante.

E poi c’è il grande teatro della trasparenza. Bandi pubblicati il venerdì pomeriggio, con scadenza il lunedì successivo. “Cercasi esperto in sviluppo territoriale con conoscenza approfondita delle dinamiche locali del Sannio beneventano”. Traduzione: “Cercasi il cugino di secondo grado dell’assessore, quello che ha fatto il geometra e ora si spaccia per urbanista”. I requisiti sono scritti su misura come un abito sartoriale, talmente specifici che sembrano il curriculum di una sola persona. E guarda caso, quella persona esiste già, sta aspettando al telefono, e ha già preparato il preventivo.

Il paradosso è che tutti sanno, ma nessuno parla, e se qualcuno osa rompere il silenzio, si sente rispondere con il classico “eh, funziona così da sempre”. Un mantra che ha lo stesso valore morale di un “così fan tutti” gridato da chi ha appena vinto una consulenza pubblica senza alcuna esperienza, ma con una smisurata esperienza nel servilismo.

E intanto, il paese muore. Lentamente, silenziosamente, sotto il peso di scelte che servono a pochi ma danneggiano tutti. I giovani più brillanti? Partiti. Non per mancanza di opportunità in astratto, ma per l’impossibilità concreta di accedervi senza il giusto “sponsor”. Restano i mediocri servizievoli e gli abilissimi nell’arte del compromesso. Il risultato è una classe dirigente che si rigenera per cooptazione, dove l’unico requisito è la fedeltà al sistema, non la capacità di cambiarlo.

Il centro storico, che potrebbe essere un gioiello, è lasciato a marcire, mentre si spendono soldi pubblici in opere “strategiche” come convegni autoreferenziali da migliaia di euro (ma il fornitore del catering è quello giusto) o tratti di marciapiedi che costano quanto un appartamento (però danno lavoro alla ditta amica dell’assessore). Le imprese locali, quelle vere, arrancano; altre, benedette dal tocco magico della politica, prosperano come cactus nel deserto: senza acqua ma con ottimi amici.

Nel frattempo, gli “eletti” si scambiano prebende, incarichi come figurine rare. Oggi sei sindaco, domani consulente per un progetto inutile, dopodomani assessore ai sogni e alle promesse non mantenute. E se qualcosa va storto? Tranquilli, c’è sempre un altro ente pubblico da colonizzare. Il consorzio di bonifica, l’ASL, la comunità montana: un arcipelago di sigle dove naufragare dolcemente con uno stipendio pubblico.

La vera genialità del sistema è la sua capacità di autoconservazione. Quando arriva un “esterno” con idee pericolose come la meritocrazia, viene rapidamente neutralizzato. Lo si nomina in qualche commissione decorativa, gli si dà un titolo altisonante ma senza potere reale, e piano piano lo si logora con la frustrazione dell’impotenza. Chi resiste troppo viene isolato, chi si adegua viene cooptato. Chi se ne va viene sostituito con qualcuno di più malleabile.

Ma il vero capolavoro è la narrativa: a Guardia, ogni assunzione è una storia epica, ogni incarico è “frutto del sacrificio”, ogni decisione politica è presentata come “un atto di amore per il territorio”. Peccato che l’unico amore vero sia per il proprio tornaconto. E quando qualche giovane osa chiedere “ma perché io no?”, la risposta è sempre la stessa: “non sei pronto”, che è il nuovo modo per dire “non hai le giuste amicizie”. Il sistema ha anticorpi potenti contro il cambiamento. Sa cooptare, corrompere, isolare, scoraggiare. Sa trasformare i rivoluzionari in complici e i riformatori in conservatori. Sa vendere il continuismo come saggezza e l’immobilismo come stabilità. La retorica del “bene comune” serve a mascherare il più sfacciato interesse privato. “Lo faccio per il paese”, dice chi si aggiudica l’ennesimo appalto. “È un sacrificio, ma qualcuno deve pur farlo”, sussurra chi accetta l’ennesima consulenza. Il lessico dell’abnegazione nasconde l’avidità più prosaica.

E i cittadini? Anche loro hanno le loro colpe. Troppo spesso si accontentano di una promessa vaga, una pacca sulla spalla o una raccomandazione sussurrata al bar. La democrazia si baratta con la cortesia, il voto con la speranza che “tanto a me qualcosa lo danno”. Così si finisce per eleggere sempre gli stessi, con le stesse idee, gli stessi amici, gli stessi silenzi. C’è una forma sottile di ricatto sociale: chi protesta troppo rischia di essere tagliato fuori anche dalle piccole opportunità, dai favori minimi, dalle raccomandazioni per i figli. Meglio tacere e sperare nella propria fetta di torta, per quanto piccola. Il risultato è una società dove l’omertà è la paura di perdere il proprio posticino nel grande gioco delle convenienze.

Ma qual è il prezzo di tutto questo? Guardia si spopola, invecchia, perde competitività. I servizi peggiorano perché gestiti da incompetenti raccomandati. L’economia ristagna perché le risorse vanno a chi sa come ottenerle, non a chi saprebbe come usarle. Il territorio si degrada perché nessuno ha interesse a investimenti a lungo termine: meglio la rendita di posizione che l’innovazione rischiosa. Ogni euro speso male è un euro tolto al futuro del paese. Ogni assunzione clientelare è un posto negato al merito. Ogni decisione presa nell’interesse di pochi è un danno per tutti. E il conto, alla fine, lo pagano sempre gli stessi: chi resiste, chi ancora crede che si possa cambiare.

Ogni tanto arriva la stagione delle promesse elettorali: “Basta con i vecchi metodi!”, “Trasparenza e meritocrazia!”, “Il paese prima di tutto!”. Parole che suonano bene, che raccolgono consensi, che illudono i più ingenui. Poi, una volta insediati, la realtà si rivela più complessa. “Ci sono equilibri da rispettare”, “Non si può cambiare tutto da un giorno all’altro”, “Non ci sono soldi”, “Bisogna essere pragmatici”. E il pragmatismo, guarda caso, coincide sempre con il mantenimento dello status quo.

Guardia non ha bisogno di miracoli. Ha bisogno di una rivoluzione culturale, di cittadini che smettano di pensare che il Comune sia una succursale di casa loro, e di amministratori che ricordino di essere servitori pubblici e non piccoli feudatari con la carta di credito comunale. La politica dovrebbe essere la più alta forma di servizio civile, e invece è diventata un ufficio di collocamento per parenti e tifosi. Ma si sa, finché ci sarà qualcuno disposto a barattare dignità per un contratto a tempo per il proprio figlio, il sistema continuerà a girare, come una giostra rotta che però fa contenti quelli seduti. In fondo, Guardia è come quei paesi delle favole in cui tutti fanno finta di non vedere il re nudo. Solo che qui il re non è nudo: è vestito di soldi pubblici e di una montagna di arroganza.

E se non vi piace questo pezzo, non preoccupatevi: è colpa mia. Non ho abbastanza parentele.