Guardia, come purtroppo accade da ormai un quarto di secolo, continua a rimanere ferma. Nonostante le aspettative e i buoni propositi, anche l’ultima amministrazione guidata da Di Lonardo non è riuscita a spezzare il ciclo negativo che da anni blocca lo sviluppo e la modernizzazione del nostro paese. Rispetto alle esperienze passate, si potrebbe individuare una differenza: non tanto nei risultati, quanto nella narrazione. Stavolta, più che in passato, si è tentato con insistenza di mascherare il fallimento, di presentare come innovazione ciò che è rimasto sostanzialmente immutato, di proporre come svolta ciò che, in realtà, è apparsa come la prosecuzione di un lungo immobilismo. Ma la realtà, per quanto si tenti di travisarla, rimane evidente: Guardia non ha fatto passi avanti significativi. La promessa di un cambiamento strutturale, di una nuova visione di sviluppo, si è infranta contro le solite logiche di gestione ordinaria, spesso autoreferenziale, sorda alle esigenze vere della comunità. È vero, alcuni traguardi in tema di bilancio sono stati raggiunti. Ma un’esperienza amministrativa non si misura solo sulla carta dei numeri. Ciò che davvero conta è il saldo complessivo, l’equilibrio tra luci e ombre, tra quanto è stato annunciato e quanto realmente realizzato. E oggi, a cinque anni di distanza, è difficile trovare voci autorevoli che parlino di un risultato positivo. Anche tra i sostenitori più fedeli di questa amministrazione, si comincia a percepire una consapevolezza diffusa del fallimento. Non è solo un giudizio severo: è una constatazione che si riflette nella vita quotidiana dei cittadini, nella percezione di un paese che non cresce, che non cambia, che non riesce a trattenere i giovani né ad attrarre nuove opportunità.

Per comprendere appieno la portata di questo fallimento, è necessario inquadrarlo nel contesto specifico di Guardia, un comune dell’entroterra campano che custodisce un piccolo ma significativo patrimonio storico e naturalistico, ma che continua a non riuscire a tradurre queste ricchezze in sviluppo economico e sociale sostenibile. Guardia Sanframondi si trova in una posizione geografica strategica, a cavallo tra il Sannio e l’Alto Casertano, con un centro storico medievale che se mai fosse perfettamente conservato potrebbe rappresentare un polo di attrazione turistica significativo. Il territorio offre opportunità nel settore agroalimentare, con tradizioni vinicole e gastronomiche che meriterebbero una valorizzazione sistematica. La celebre “festa” settennale dei “Riti dell’Assunta” attira migliaia di visitatori, dimostrando che esiste un potenziale di richiamo che va oltre i confini regionali. Eppure, queste risorse rimangono largamente sottoutilizzate. L’amministrazione Di Lonardo – come quelle precedenti – non è riuscita a costruire una strategia organica di sviluppo che mettesse in rete questa peculiarità, preferendo un approccio frammentario che ha prodotto iniziative sporadiche senza un disegno complessivo.

Oggi il primo problema è quello demografico: Guardia come altre realtà delle aree interne continua a perdere abitanti, soprattutto giovani, che non trovano prospettive lavorative adeguate nel territorio. Questo fenomeno qui assume dimensioni particolarmente preoccupanti perché si accompagna a un progressivo invecchiamento della popolazione e a una riduzione dei servizi essenziali. Il secondo nodo è quello infrastrutturale: nonostante la vicinanza ad arterie di collegamento importanti, Guardia soffre ancora di carenze sanitarie e nei trasporti pubblici, elementi indispensabili per qualsiasi strategia di sviluppo moderno. Il terzo aspetto critico riguarda la mancanza di una visione imprenditoriale pubblico-privata. Le poche attività economiche esistenti operano spesso in modo isolato. Ma uno degli aspetti più problematici dell’amministrazione Di Lonardo è stato il tentativo sistematico di presentare come successi quello che, a un’analisi più approfondita, si rivela essere ordinaria amministrazione o, peggio, il mantenimento dello status quo. Questa strategia comunicativa, se da un lato può aver contribuito a mantenere probabilmente un certo consenso elettorale, dall’altro ha impedito un confronto serio sui problemi reali del territorio. La realizzazione di piccoli interventi di manutenzione è stata presentata come “riqualificazione urbana”, la minima partecipazione a bandi regionali come “capacità di attrazione di finanziamenti”, la realizzazione di eventi sporadici come “rilancio turistico”. Questa narrazione distorta ha creato una percezione di movimento che non corrispondeva a un effettivo cambiamento strutturale.

Analizzando i dati oggettivi del quinquennio 2020-2025, emerge chiaramente la distanza tra promesse e realizzazioni. A rendere ancora più evidente la crisi dell’amministrazione Di Lonardo sono le crescenti divergenze che stanno emergendo all’interno della stessa squadra di governo. Con soli sei mesi alla scadenza naturale del mandato, le spaccature non riguardano più solo le strategie politiche generali, ma si concentrano su questioni molto concrete: le priorità operative immediate, la destinazione dei finanziamenti già ottenuti o in via di approvazione, persino la gestione delle risorse in arrivo da bandi regionali ed europei. Queste tensioni interne, che inizialmente potevano essere interpretate come normali dialettiche amministrative, hanno assunto dimensioni tali da compromettere l’efficacia dell’azione di governo negli ultimi mesi di mandato. La mancanza di una linea condivisa su come utilizzare i fondi disponibili sta generando paralisi decisionale proprio nel momento in cui sarebbe necessaria la massima operatività per concludere progetti avviati e dare seguito agli impegni presi con la cittadinanza.

In questo contesto, emerge con forza la questione se non sia più opportuno per l’amministrazione fare un passo indietro, riconoscendo l’impossibilità di gestire efficacemente la fase finale del mandato in presenza di conflitti interni così profondi. Un commissariamento anticipato, pur con tutti i limiti che comporta, potrebbe almeno garantire una gestione tecnica e neutrale delle questioni più urgenti, evitando che le divisioni interne paralizzino completamente l’attività amministrativa nei mesi che precedono le elezioni.

Per tutti questi motivi il primo elemento di cambiamento – da qui a qualche mese – deve necessariamente riguardare la qualità della classe dirigente locale. È indispensabile che emerga una leadership capace di guardare oltre gli interessi di parte e di costruire una visione strategica condivisa. Questo significa: competenze specifiche, amministratori che abbiano esperienza diretta nei settori chiave dello sviluppo territoriale (turismo, agricoltura, innovazione). Apertura generazionale: coinvolgimento attivo dei giovani del territorio, anche di quelli che sono dovuti emigrare per studio o lavoro ma mantengono un legame con Guardia. Collaborazione istituzionale: capacità di lavorare in rete con altri comuni e con le istituzioni regionali e europee. Le alternative concrete che cittadini, associazioni e la comunità straniera stanno considerando ruotano attorno a un modello di sviluppo che punti sulla valorizzazione integrata delle risorse locali. Distretto turistico-culturale: creazione di un sistema coordinato che metta in rete il patrimonio storico-artistico, le tradizioni enogastronomiche, gli eventi culturali e le bellezze naturalistiche del territorio, ecc… Una delle lezioni più importanti degli ultimi cinque anni è che il cambiamento non può essere calato dall’alto, ma deve nascere dal basso, dal coinvolgimento attivo dei cittadini.

In conclusione: Guardia si trova oggi a un bivio. Può continuare nella strada dell’immobilismo mascherato, accettando un lento declino che la condurrà verso l’irrilevanza, oppure può scegliere la strada più difficile ma necessaria del cambiamento reale. La comunità guardiese ha dimostrato in passato di saper reagire alle sfide della storia. Lo ha fatto nei momenti più difficili del Novecento, quando ha saputo ricostruire dopo le guerre e rilanciare le proprie tradizioni. Oggi la sfida è diversa ma non meno importante: si tratta di ricostruire un futuro in un mondo che cambia rapidamente e che non aspetta chi rimane fermo. Le alternative ci sono, le competenze esistono, le risorse possono essere mobilizzate. Quello che serve è la volontà politica di cambiare davvero, rinunciando alle logiche del consenso a breve termine per investire in progetti che diano frutti nel medio-lungo periodo. Si potrà discutere sulle responsabilità, sui limiti oggettivi, sulle condizioni esterne. Ma un punto è chiaro a tutti: quella appena conclusa è stata, ancora una volta, un’occasione mancata. Ora è il momento di guardare avanti, ma farlo con lucidità. La nostra comunità ha bisogno di un confronto vero, senza retorica né illusioni. Solo riconoscendo con onestà gli errori del passato potremo davvero immaginare un futuro diverso per Guardia. Il tempo delle mezze verità e delle narrazioni consolatorie è finito. I cittadini di Guardia meritano una classe dirigente che abbia il coraggio di dire la verità sui problemi e la competenza per indicare soluzioni concrete. Solo così si potrà spezzare il ciclo dell’immobilismo e aprire davvero una stagione nuova per il nostro territorio.

L’alternativa è continuare a raccontarsi che tutto va bene mentre il paese si spegne lentamente. Ma questa non è più un’alternativa accettabile per una comunità che ha ancora tanto da dare e da dire.