Era d’estate, come adesso. Un giorno qualunque dello scorso decennio, percorrevo la superstrada Ofantina, quella che collega Avellino a Lioni. I lavori in corso mi obbligavano a rallentare: deviazioni, macchinari, gru, operai ovunque. Il classico cantiere italiano. L’altro giorno ci sono ripassato, mi capita spesso, almeno un paio di volte a settimana. La stessa scena: gli stessi rallentamenti, le stesse macchine, le stesse promesse non mantenute. C’erano i lavori, la strada era tutta un cantiere, semafori, deviazioni, macchinari, gru, lavoratori, rallentamenti, come… Come un’estate di dieci anni fa. Come l’anno scorso. Come sempre.
Noi italiani siamo rapidi nell’imprecare, ma altrettanto rapidi nel dimenticare. E così ci abituiamo, giorno dopo giorno, a ciò che non dovrebbe essere normale: l’inefficienza, l’abbandono, il tempo che si consuma senza portare cambiamento. Il paradosso di questi cantieri eterni è che non sono fermi. Non sono come quelli abbandonati, dove non si vede anima viva. No. Qui si lavora. O almeno, così sembra. Ogni volta che passo c’è movimento, attività, gente sul campo. Eppure, nulla cambia. Ho finito per immaginare che esista un’altra impresa, segreta, attiva solo di notte. Una “Impresa Penelope”, che disfa di notte ciò che è stato fatto di giorno, proprio come la regina d’Itaca nella sua tela eterna, per guadagnare tempo. E per prendere in giro i cittadini al posto dei Proci.
Ma se quella superstrada è un simbolo di inefficienza nazionale, è a Guardia Sanframondi che il cuore si stringe davvero. Perché qui, più che altrove, l’abbandono è palpabile. Il centro storico, la collina, il paesaggio che un tempo incantava, sono oggi lo sfondo sbiadito di una bellezza dimenticata. Un gioiellino aggrappato alla collina, trasformato in una cartolina illustrata: bella da vedere, vuota da vivere. Cammini per strada e trovi tutto chiuso, degradato. Un paese che aveva tutto per essere vivo, vibrante, oggi somiglia più a un set dismesso che a un luogo reale.
Ma tutto questo non è solo incuria. È l’incapacità sistemica di prendersi cura di ciò che abbiamo ereditato, aggravata da una classe politica locale che sembra navigare a vista. E lo abbiamo ereditato davvero un paradiso, altro che retorica. Per fare un paragone: quasi tre secoli fa, in pieno Sud borbonico – quello che ancora oggi molti deridono per ignoranza – fu realizzato in appena sedici anni l’acquedotto Carolino, ideato da Vanvitelli per alimentare la Reggia di Caserta. Un’opera di 38 chilometri, con le tecnologie del Settecento. Oggi, con tutta la modernità a disposizione, non riusciamo a sistemare una strada provinciale in dieci anni. Se Garibaldi passasse di qui, oggi, tirerebbe dritto senza voltarsi.
Ma la malinconia, qui, si scontra con la realtà. Guardia è una comunità senescente: per ogni bambino, quasi quattro anziani. Un dato che da solo racconta lo squilibrio generazionale, lo spopolamento, l’assenza di prospettive. E ai confini del paese, la malinconia si trasforma in farsa. Si risale la collina e in pochi minuti si arriva all’ecomostro: la casa albergo per anziani, progettata alla fine degli anni ’80 come parte di un piano per dotare Guardia di strutture pubbliche moderne. I lavori cominciarono, ma poi si fermarono di botto. Si disse che erano finiti i fondi. Si parlò di sprechi, di omissioni, di gare fallite. Milioni di lire buttati, seguiti da altri finanziamenti inghiottiti dal nulla. Oggi, per vederla, bisogna superare un cancello arrugginito, farsi largo tra le sterpaglie, inoltrarsi nell’erba alta. E poi appare: un guscio di cemento armato, con il tetto ancora perfettamente ordinato, intatto. Dopo decenni di abbandono, la struttura è ancora integra. Ma oltre lo scheletro, non c’è nulla. Solo silenzio. Nel centro storico, due gru arrugginite stanno lì come testimoni mute da qualche lustro: non hanno smontato nemmeno quelle, come se si fosse scappati tutti di corsa da una catastrofe improvvisa. L’ultima idea, già cestinata, era trasformare una parte del centro storico in albergo diffuso. Ma ci vorrebbe un imprenditore che decida di investire in un territorio fragile, svuotato, dimenticato. Tradotto: non ci sono soldi. E poi c’è un’altra ferita: la bretella. Un viadotto, immondizia, una conduttura mai rimossa, gallerie che sbucano nel nulla. Doveva essere un collegamento rapido tra due superstrade, che avrebbe potuto persino alleggerire il traffico e riqualificare la viabilità del paese. Iniziata nel secolo scorso, è rimasta un’opera incompiuta. Un altro scheletro. Un’altra occasione perduta.
Il bene pubblico è scomparso. Restano solo gli interessi privati a muovere qualcosa. Intanto il centro storico di Guardia crolla, letteralmente, da anni. E l’unico provvedimento del Comune in questi anni è stato chiudere l’accesso a tratti, uno dopo l’altro, come si fa con una casa pericolante: prima una stanza, poi un corridoio, poi l’intero piano. Il famigerato Stretto della Portella è stato chiuso prima dell’estate scorsa, senza nemmeno il pretesto di un cantiere. Poi, solo dopo la pressione della gente, hanno abbattuto il fabbricato pericolante e riaperto il passaggio. Una presa in giro più che un intervento. Paradossalmente, mentre il centro si svuota e degrada, l’amministrazione ha recentemente approvato un “Registro delle Case Abbandonate” per “contrastare il progressivo spopolamento” e “rilanciare l’immagine urbana”. Un provvedimento che suona come l’ennesima dichiarazione di buone intenzioni, mentre le emergenze concrete restano irrisolte.
E allora, la domanda è: dove sono i responsabili? Chi vigila? Chi difende il bene comune? Esistono “difensori civici” per i lavori pubblici? Qualcuno che verifichi tempi, costi, responsabilità? O dobbiamo davvero rassegnarci a vedere il Sud – e Guardia in particolare – morire a colpi di cantiere mai finito e borgo mai salvato? Guardia Sanframondi, un tempo viva, ora rischia di diventare solo un’immagine da social: bella da postare, deserta da abitare. Il paesaggio resiste, ma l’anima del luogo si sgretola, come le sue mura, come le sue strade chiuse. Forse bisognerebbe commissariare il paese, non solo per fermare il degrado, ma per salvare quello che ancora è recuperabile. O almeno avviare un censimento: non solo delle case abbandonate o delle opere incompiute, ma dei silenzi, delle omissioni, dei “poi si vedrà”.
Perché questo non è solo un problema di burocrazia o di inefficienza. È una questione morale e civile: abbiamo ricevuto in dono un paradiso e lo stiamo riducendo in un inferno, nascondendo il disastro sotto la scusa di un eterno purgatorio.