Guardia Sanframondi. Nome altisonante, quasi nobile. Sembra il titolo di un feudo medievale, e in effetti un po’ lo è. Non per nobiltà d’animo, intendiamoci, ma per la straordinaria capacità dei suoi abitanti di vivere come se il tempo si fosse fermato a quando il barone Carafa decideva chi mangiava e chi lavorava.
Guardia Sanframondi è un paese che, a prima vista, appare come una comunità coesa, compatta, quasi impenetrabile agli occhi di chi viene da fuori. Ma basta grattare la superficie per scoprire un tessuto umano intricato, fatto di contrasti profondi, di maschere ben portate, e di abitudini che si tramandano più per istinto che per scelta.
In questo pittoresco angolo di mondo, adagiato sulla collina che domina la Valle Telesina, vive un popolo singolare. I guardiesi. Un popolo che riesce nell’impresa, apparentemente impossibile, di essere allo stesso tempo generoso e inaffidabile, socievole e sospettoso, devoto e clientelare. Una specie di miracolo antropologico. Prendiamo la loro famosa parsimonia: non è solo virtù contadina, è arte. Se potessero, misurerebbero l’olio con la pipetta del farmacista e ti offrirebbero il caffè… in fotografia. Ma attenzione: sono anche capaci di offrirti un intero maialino arrosto, purché tu lo meriti. Come si stabilisca il merito resta un mistero custodito gelosamente: più delle ricette di famiglia e dei segreti per fare il vino che, nelle cantine dei loro “casolari di campagna”, invecchia con la pazienza di un santo.
Qui l’economia del favore funziona meglio di qualsiasi piano industriale. “Conosco uno che conosce uno” non è solo un modo di dire: è il vero PIL locale. Hai bisogno di qualcosa? C’è sempre qualcuno che può aiutarti, purché tu ricordi che anche lui, un domani, potrebbe aver bisogno di te. È un sistema perfetto, antico quanto le quattro porte che delimitano il centro storico, e altrettanto solido.
La coesione sociale? Superba. Durante i Riti Settennali sembrano un solo corpo, un solo spirito, un solo flagello. La fede li unisce, li plasma, li guida. Per una settimana, ogni sette anni, Guardia diventa quello che gli antropologi chiamano una “utopia provvisoria”: l’imprenditore si veste di bianco e cammina come un semplice penitente, i ricchi e i poveri si mescolano nelle processioni, e perfino le rivalità tra i quattro rioni si trasformano in emulazione sacra. I penitenti incappucciati che si percuotono il petto rappresentano forse l’ultimo mistero di questa comunità. Nessuno sa chi siano sotto i cappucci bianchi, ma tutti li rispettano. È l’unica forma di anonimato che Guardia concede ai suoi figli: quella del sacrificio. Poi, finita la settimana santa, tornano i soliti Baccanali: faide storiche, litigi da bar, gruppi di tifosi divisi in fazioni. Perché l’unica vera religione condivisa, oltre al sangue versato per la Madonna, è la divisione permanente. Guai a trovare un accordo: sarebbe contro natura.
È il paese delle mille associazioni… e delle mille case vuote. Mentre cresce la “pro loco”, gli incontri culturali, la Guardia bella e le promesse in fotocopia fatte ogni cinque anni sopra il ballatoio di piazza Castello, Guardia si svuota in silenzio. Un silenzio rotto solo dai tappi di spumante saltati dal palco di Vinalia e dai proclami entusiasti degli stessi amministratori che, da decenni, gestiscono il declino con puntualità svizzera.
Una volta i luoghi d’incontro erano vivi. Oggi, di vivo ci sono solo i bar che aprono e al momento di pagare i contributi Inps chiudono, le panchine distanti dal Municipio restano vuote e i campetti delle villette diventano sterpaglia. Si è persino smesso di litigare al bar, che è tutto dire, e l’unico fermento rimasto sembra essere quello delle botti nelle cantine che conservano i vini pregiati per cui il paese è famoso, non certo della società civile.
E la politica? Ah, la politica locale. Un capolavoro di immoralità funzionale. Qui il clientelismo non è un vizio: è cultura popolare, sport nazionale, arte decorativa. C’è chi colleziona francobolli e chi colleziona favori. E il voto? È spesso questione di sangue, convenienza, o semplicemente di chi ha pagato la cena l’ultima volta. Eppure, continua imperterrita a indire conferenze sulla “valorizzazione del territorio”, come se bastasse una diretta Facebook per riportare i trentenni a vivere a Guardia. La popolazione invecchia, ma l’amministrazione resta giovane di idee… o almeno così crede. La realtà è semplice: i giovani se ne vanno, perché studiare, lavorare e fare impresa a Guardia è impresa di per sé. Chi resta, spesso non ha più l’età per mettere in discussione nulla. E allora si sopravvive, tra progetti fotocopiati, piani strategici scaduti e bretelle mai finite. Nel frattempo, ogni due-tre anni arriva qualche convegno sul “turismo delle radici”, giusto per illudere chi è emigrato che basti un Airbnb per tornare a vivere qui.
Ma si sa, a Guardia il dibattito non è sul come invertire il declino, ma su chi avrà la fascia tricolore al prossimo giro. Il campanilismo, quello sì, gode di ottima salute. Idee ce ne sono. Coraggio, meno. E se il futuro arrivasse… da fuori? Una provocazione: e se il futuro di Guardia passasse da chi oggi italiano non è ancora? L’unico settore che regge in molte zone del centro storico è l’immobiliare, grazie — guarda caso — ai visitatori stranieri che rimangono affascinati da quei portali in pietra, da quei portici medievali, da quelle stradine che il castello dei Sanframondo domina da secoli.
Meno promesse, più manutenzione (umana e urbana). Guardia non ha bisogno di brindisi augurali. Ha bisogno di gente che ci voglia vivere, lavorare, investire. Perché quando un paese spegne i suoi spazi sociali, rinuncia a se stesso. Non bastano eventi estivi e foto con i droni. Serve coraggio. E forse anche un po’ di vergogna. Perché se un tempo Guardia era un luogo dove si nasceva, si cresceva e si restava, oggi è sempre più un posto dove si torna solo per le ferie… o per i funerali.
E un’ultima cosa, cari amministratori locali: non siete solo custodi della memoria, siete anche responsabili del futuro. Se continua così, presto non avrete più né l’una né l’altro.
Nonostante tutto questo, i guardiesi sono cordiali. Ti sorridono, ti invitano a pranzo, ti offrono anche un limoncello fatto con i limoni delle loro terre “ubertose” (come scrivevano i cronisti dell’Ottocento). Ma appena giri l’angolo, il tuo nome è già stato sottoposto a un’analisi – per valutare i punti di forza, le debolezze, le opportunità e le minacce -, degna di una multinazionale: legami familiari, sospetti ideologici e, naturalmente, se sei “uno dei nostri” o “uno dell’altra parte”.
Amanti del panem et circenses, adorano le feste, la pasta e fagioli, il panino con salsiccia (e botulino), le processioni, i fuochi d’artificio e soprattutto i pettegolezzi che ne derivano. Perché a Guardia, l’intrattenimento non finisce sul palco, ma continua nei bar, nelle cucine e sulle sedie di plastica fuori casa. E se c’è un argomento che può tenerli uniti (oltre la Madonna), è parlare male degli assenti — in modo affettuoso, s’intende. La vera peculiarità dei guardiesi è questa capacità unica di trasformare ogni evento in occasione di socialità stratificata. Anche una semplice sagra diventa un complesso sistema di alleanze, rivalità, riconoscimenti sociali e, naturalmente, opportunità di business per chi sa muoversi nei meandri delle relazioni locali. Eppure — e qui arriva il paradosso — funziona tutto, in qualche modo. Perché se ti serve qualcosa, trovi sempre qualcuno che “conosce uno che conosce uno”. Se sei alla ricerca di qualcuno o qualcosa, c’è sempre qualcuno che ti guida con precisione chirurgica. E se stai male, ti portano il “rinforzino” senza chiedere nulla in cambio. Purché non ti dimentichi, un domani, da che parte stavi.
In fondo, Guardia Sanframondi è l’Italia in miniatura: piena di contraddizioni, apparenze, devozioni e furbizie. Un luogo dove nulla è come sembra, ma tutto funziona… più o meno. Un paese che non ti lascia indifferente. Ti fa arrabbiare, ti fa ridere, a volte ti fa fuggire. Ma quando sei lontano, ti manca. E ti ritrovi a pensare che, dopotutto, c’è qualcosa di unico in quel caos benedetto che si rinnova ogni sette anni nel sangue e nella fede, e ogni giorno nell’arte sottile di sopravvivere mantenendo intatte le proprie contraddizioni.
O forse è solo la nostalgia per le sedie di plastica.